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Full text of "Didone abbandonata : dramma musicale da rappresentarsi in Livorno nel Teatro di San Sebastiano nel carnevale dell'anno MDCCXXVII"

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DIDONE 

ABBANDONATA 

DRAMMA  MUSICALE 

Da  rapprefentarfi  in  Livorno  nel  TEATRO 
di  SAN  SEBASTIANO  nel  Carnevale 
dell'Anno  MDCCXXVII. 

Sotio  la  Protezione 
De  Lt'AtTEzzA  Reale  del  Sereniss. 

GIO  GASTONE  L 

GRAN  DUCA  DI  TOSCANA. 

7)  E  D  1  C       T  O 

ALLA  MEDESIMA  ALTEZZA  REALE. 


IN    FIRENZE,  MDCCXXVII. 


Nella  Stamperia  di  Ber^ìardo  Paperini,  all'Infegna 
DI  PalladejED  Ercole-    )(  Con  Lk,  de  Su}, 


MUSIC  umm 

imC-CHAPEL  HtU 


ALTEZZA  REALE 


'  Così  fprovveduto 
di  merito  il  Tri- 
buto ,  che  ardifco 
fare  a  V.  A.  R.  del 
Dramma  prefentc 
intitolato  ,  Didone 
Abbandonata ,  che  mi  fi  copre  di 
roffore  il  volto  nel  folo  pcnfare  alla 
picciolezza  del  dono,  che  le  pre- 
fento  ;  ma  affidato  nella  fomma,  ed 

2  incom- 


4 

incomparabile  generofita  delPA.V. 
Reale,  che  non  fa  fdegnare  di  rice- 
vere con  gradimento  P  offerte ,  ben-^ 
che  menome,  mi  fo  ardito  di  prefen- 
targlielo  tal  quale  ei  ila ,  ficuramen- 
te  fperando ,  che  mediante  il  fuo 
Real  Patrocinio  ,  del  quale  umil- 
mente la  fupplicOjgli  venga  parte- 
cipato quello  fplendore ,  che  per  fe 
fteffo  non  ha ,  ISJon  fdegni  per  tan- 
to P  A,  V.R.  di  gradire  colla  folita 
fua  Magnanimità  qucft'  atto  del  mio 
olfequiofiifimo  Vaflallaggio ,  per  da- 
re a  me  il  contento  di  manifeftarmi 
fempre  più,  qual  mi  dò  P onore  t  i 
vivere 

Di  V.  A.  R, 

Livorno  16.  Die*  17 16. 


mo    mo        mo  '  ve 
Vmii.  T>t^*  y  ed  Ohbl.  Serv,  ,  e  Vajfalh 

L'IMPRESARIO- 


,  ARGOMENTO. 

D idonc  Ulìfa  Vedova  dì  Skhco  ^  dopo 
ejjerle  fiato  uccìfo  il  Marito  da 
-  Pigmalione  ftio  Fratello  ^  Rè  di  Ti'- 
rò  5  fuggì  con  ìrnynenfe  ricchezze 
Affrica  y  dove  ^  comprato  /ufficiente  ter- 
reno ^  edificò  Cartagine .  Fu  richìefia 
in  moglie  da  molti  ^  e  particolarmente  da 
^arha  Re  de  Mori  ^  e  fempre  rkuiò  dicen- 
do 5  voler  ferhar  fède  al  Cenere  deir  ejìin- 
io  Conforte .  Intanto  Ènea  Troiano  ^  ejfen- 
do  fata  difrutta  la  fua  Patria  da'"  Gre-- 
ci  5  mentre  andava  in  Italia  ^  fu  portato  da 
ima  Tempefa  nelle  fponde  deW Affrica  ^  e  ri-* 
cerni  0  5  e  riforato  da  Bidone^  la  quale  arden- 
temente fe  ne  invaghì  ;  ma  mentre  egli  com-- 
piacendoli  deir  affetto  della  medefima  ^fitrat-- 
teneva  in  Cartagine  ^  fu  dagli  Dei  comanda- 

4^  5 


to  5  che  ahhandonajje  quel  Gelo  ^  e  che  proje-- 
guìjfe  H  fuo  cammino  ver/o  Italia  ^  do^e  gli 
pro'metievano  ^  che  doveva  rìforgere  una 
itUGva  Troja .  BgU  partì  ^  e  Didone  dìfpera^ 
tamente  ^  dopo  avere  in  vano  tentato  Ji  trat-- 
tenerlo  ^Ji  uccife  ^  Tuttocw  Jì  ha  daMìx^ì-^ 
ììo:^  il  quale  con  un  felice  anacronìfmo  unìfce 
il  tempo  della  fondazione  di  Cartagine  agli 
errori  di  Enea.  Da  Ovidio  nel  terzo  libro 
de''  Fa/li  fi  raccoglie  ^  che  ^arha  impadro-^ 
nijfe  di  Cartagine  dopo  la  morte  di  Didone  : 
e  che  Anna  fior  ella  della  medefima  (  la  quale 
chiameremo  Selene  )  fojfe  occultamente  anche 
ella  invaghita  di  Enea . 

Cu 

Ver  comodità  della  Rappr e fent azione  fi 
fncre  5  che  ^arha  ^  curiofo  dì  veder  Didone  ^ 
introduca  in  Cartagine ,  come  Amhafcia^ 
tore  di  fe  Jlefo  ^  fiotto  nome  di  Arhace . 

Tutte  r  efipreffioni  di  fienfi  ^  e  di  parole  :^ 
che  non  convengono  co'' Dogmi  Cattolici^  o  fiono 
ficrìtte  per  proprietà  del  carattere  rapprc- 
fientato  ^  o  fiono  puri  adornamenti  Poètici . 

La  Scena  fi  finge  in  Cartagine  . 


ATTO^ 


ATTORI. 

DIDONE  ELIS  A  ,  Regirìa  di  Cartagine  ,  Atnatt^ 
te  di  Enea. 
La  Sigi  AntonÌKKZ  Toz^zji  ài  Firenze  y  VirtuopA 
di  S.  A.  Sn  il  Seremfs.  Prwcift  Af^t:Qnio  di 

ENEA . 

La  Sig.  Anna  BagnoUfi  di  Firenze  i 

SELENE,  Sorella  di  Didone  Elifa  ,    c  AiMntQ 
occulta  di  Enea. 
La  Si^.  Terefa  Z annotti  Ai  Mantova  VirtùQ^ 
fa  del  Serenìjfmo  Principe  d' Armfiat^ 

JARBA  Re  de'  Mori,  fotto  nome  di  Arbace, 

Jl  Sig.  Pietro  Baratti  di  Livorno  y  Virtmfù  dèi 
Signor  Duca  di  Maj^a  • 

ARASPE  ,   Confidente  di  Jarba,  e  Ainahte  di 
Selene  . 

La  Sig.  Stella  Fortunata  Cantelli  di  Bologna  ^, 

OSMiDA  ,  Confidente  di  Didoné  é 
La  Sig.  Anna  Forte  di  7{oma  ^ 


8 


MUTAZIONI 

DI  SCENE, 

ATTO  PRIMO. 

GRand'  Atrio  con  Trono  per  le  pubbliche  Udien- 
ze, ed  in  lontano  la  Città  di  Cartagine  ,  chi 
fta  cdificandofi . 
Cortile  . 

Tempio  di  Nettuno  con  Simulacro  del  medefimo, 

ATTO  SECONDO. 

G  Allerìa  ne'  Regi  Appartamenti  • 
Loggie  Reali. 
Gabinetto  con  Sedie  r 

ATTO    T  E  R  Z  O. 

I^Orto  di  Mare  con  Navi. 
Bofchetco  fra  la  Città,  ed  il  Porto. 
Vafta  Reggia  con  veduta  della  Città  di  Cartagine  , 
che  viene  incendiata.  , 


ATTO 


ATTO  PRIMO. 

SCENA  PRIMA. 

Grand' Atrio  con  Trono  per  le  pubbliche  udienze-, 
Veduta  in  lontano  della  Città  di  Cartagine  , 
che  fta  edificandoli . 


Enea  ,  Selene  y  Ofrmda. 

3  Principe iTa  ;  Amico ,       (  muove 
M\M  Sdegno  non  è ,  non  è  timor  ,  che 
Le  Frigie  vele,  e  mi  trafporta  altrove. 
So,  che  mi  ama  Didóne,      (  to  : 
(Pur  troppo  il  so  )  nè  di  fua  fe  paven- 
L' adoro  ,  e  mi  rammento 
Quanto  fece  per  me  :  non  fono  ingrato  i 
Ma,  ch'io  di  nuovo  efponga 
Air  arbitrio  dell' onde  i  giorni  miei. 
Mi  prefcrive  il  Deftin  ,  vogUon  gli  Dei  : 
E  fon  sì  fventurato , 
Che  fembra  colpa  mia  quella  del  Fato . 

A  Sei.  So 


10  A  r  r  o. 

Sei.  Se  cerchi  al  lungo  error  ripofo ,  e  nido  3 

Te  r  offre  in  quefto  lido 

La  Germana  il  tuo  merto  ,  e  il  noftro  zelo  . 
£'/7.  Ripofo  ancor  non  mi  concede  il  Cielo. 
Sei.  Perchè? 
Ofm.  Con  qual  favella 

11  lor  voler  ti  palefaro  i  Numi  ? 
Ofmida  ^  a  quefti  lumi 

Non  porta  il  fonno  mai  fao  dolce  oblìo , 

Che  il  rigido  fembiante 

Del  Genitor  ^  non  mi  dipinga  innante . 

Figlio  (  .1  dice  ,  e  V  afcolto  )  ingrato  figlio  ^ 

Qucito  è  d' Italia  il  Regno  , 

Che  acquiftar  ri  commiie  Apollo  y  ed  io  ? 

1/  Afia  infelice  afpetra  , 

Che  in  un'  altro  terreno  ,  ' 

Opra  del  tuo  valor  ,  Troja  rinafca . 

Tal  promettefti  ;  io  nel  momento  cftremo 

Del  viver  mio  ,  la  tua  promelfa  intefi 

Aflor  3  che  ti  piegarti 

A  baciar  quefta  deftra  ,  e  mei  giurarti . 

E  tu  frattanto ,  ingrato 

Alla  Patria  5  a  te  fteflo  y  al  Genitore  , 

Qui  nell'ozio  ti  perdi,  e  nell'amore? 

Sorgi  5  de'  legni  tuoi 

Tronca  il  canapo  reo ,  fciogli  le  fatte  . 

Mi  guarda  poi  con  torvo  ciglio  ,  e  parte  . 
SeL  Gelo  d'orror.    Dal  fondo  della  Scena  comfdrifce 

Didone  con  f  ignito  3 
Ofm.  (  Quali  felice  io  fono  ^ 

Se 


P    !^   /    il/    O.  I  I 

Se  parte  Enea  ^  manca  un  Rivale  al  Trono  .  ) 

Sei.  '  Se  abbandoni  il  cuo  bene  , 

Morrà  Bidóne  (  e  non  vivrà  Selene  ,  ) 

Ofm^  La  Regina  s'appreffa,, 

En.  (Che  mai  dirò  !  ) 

Sei.  Non  poffo 

Scoprire  il  mio  tormento .  ) 

En.  (Difenditi,  mio  core,  ecco  il  cimento,) 

S    C    £    N    A  IL 

1  Didone  con  feguito  ^  e  detti, 

Dìd.  "p  Nea ,  d'  Alia  fplendore  , 

■  i  à  Di  Citerea  foave  cura  y  e  mia  y 
Vedi  come  a  momenti. 
Del  tuo  foggiorno  altera  , 
La  nafcente  Cartago  alza  la  fronte  ? 
Frutto  de'  miei  fudori 

Son  quegli  Archi,  que' Templi , e  quelle  Mura 
Ma  de'  fudori  miei 

L'  ornamento  più  grande ,  Enea ,  tu  fèi  , 
Tu  non  mi  guardi,  e  taci?  In  quefta  guifà 
Con  un  freddo  filenzio  Enea  m' accoglie  ? 
Forfè  già  dal  tuo  core. 
Di  me  l' immago  ha  cancellata  amore  ? 
E.n.  Didone  alla  mia  mente 

(  Il  giuro  a  tutti  i  Dei  )  fempre  è  prefentc  j 
Nè  tempo  ,  o  lontananza 
Potrà  fparger  d'oblìo 

,  A  2  (Que- 


ìx  A   T  r  o 

(  Qiiefto  ancor  giviro  a  i  Numi)  il  foco  mio, 
Dìd^  Che  protetta  ì  Io  non  chiedo 

Giuramenti  da,  te^  perch'io  ti  creda; 

Un  tuo  fguardo  mi  balla  ^  un  tuo  fofpiro 
Ofrn.  (  Troppo  s'inoltra  ,  ) 
Sei.  (  Ed  io  parlar  non  ofo .  ) 
En.  Se  brami  il  tuo  ripofo  , 

Penfa  alla  tua  grandezza  : 

A  me  più  non  penfar . 
Did.  Che  a  te  non  penfi  > 

lo^  che  per  te  foi  vivo,  io 3  che  non  godo 

I  miei  giorni  felici , 

Se  un  momento  mi  lafci  ? 
En.  Oh  Dio ,  che  dici  ! 

E  qual  tempo  fcegliefti  ?  Ah  troppo  ^  troppo 

Generofa  tu  fei  per  un'ingrato  I 
Did.  Ingrato  Enea  1  Perchè?  dunque  nojofa 

Ti  farà  la  mia  fiamma  ? 
jE/7.  Anzi  giammai 

Con  maggior  tenerezza  io  non  t'  amai . 

Ma  

Did.  Che? 

En.  La  Patria  3  il  Cielo  .  ,  .  .  * 
Did.  Parla  , 

En.      Dovrei  ,  .  ,  .  mano  .  ,  , 

L'  amor  ....  oh  Dio  ,  la  f è  .  .  .  • 

Ah  che  parlar  non  sò  :  ad  Ofmira . 
Spiegalo  tu  per  me  .  a  Selene  . 

-parte . 


S  C  E- 


^    R    1    M   0 .  15 


S    C    E    N    A  III. 

Didùne  ^  Seleni  ^  è  Ofmìda  » 

T>id.  T)  Arte  così ,  cosi  mi  lafcia  Enea  ? 

Jl    Che  vuol  dir  quel  filenzio  ?  in  che  fon  rea! 
SeL  Ei  penfa  abbandonarti  • 

Contraftano  quel  core  > 

Nè  sò  chi  vincerà  .  Gloria  >  od  Amòre  . 
Did.  E'  gloria  abbandonarmi  ? 
Ofm.  (Si  deluda.)  Regina, 

Il  cor  d' Enea  noa  penetrò  Selene. 

Ei  diifc  y  è  ver  y  che  il  fuo  dover  lo  fprona 

A  lafciar  quefte  fpondc  ; 

Ma  col  dover  la  gelolia  nafconde  • 
^  Dìd.  Come  ? 

Ofm.  Fra  pochi  inftanti 

Dalla  Reggia  de'  Mori 

Qui  giunger  dee  T  Ambafciatore  Arbace  * 
s   Did.  Che  perciò  ? 
ofm.  Le  tue  nozze 

Chiederà  il  Rè  fuperbo  j  e. teine  Enea  i 

Chq  tu  Ceda  alla  forza,  e  a  lui  ti  doni  ì 

Perciò  3  così  partendo  , 

Fugge  il  dolor  di  tiinijearti , 
Dìd,  Intendo* 

S' inganna  Enea  ;  ma  pkce 

L'  inganno  all'alma  mia  • 

So,  che  nel  noftro  core 

A3  Sem-* 


i;4  ^    T    T  O 

Sempre  la  gelofia  figlia  è  d'  Amore  . 
Sei.  Anch'io  lo  so . 

Did.  Ma  non  lo  fai  per  prova .  k 
Ofrn.  (  Così  contro  un  rivai  T altro  mi  giovai 
Did.  Vanne  ^  amata  Germana  : 

Dal  cor  d'Enea  fgombra  i  fofpetti^  e  digli  ^ 
Che  a  lui  non  mi  tona,  fe  non  la  morte. 
ScU  (  A  quefto  ancor  tu  mi  condanni     o  forte  ì  ) 
Già  mi  par  5  che  omai  s' aggiri , 
E  che  cerchi  il  fuo  ripofo 
Nel  tuo  fèn  tutto  amorofb 
Speme  errante  intorno  a  te. 
Fugga  il  duolo  acerbo  ;>  e  forte  ^ 
E  fi  doni  miglior  forte 
Al  tuo  Amor,  alla  tua  fè. 

Già^&c^ 

SCENA  IV. 

Diàone ,  eà  Ofmida  • 

7"Enga  Arbace  ^  qual  vuole 
V     Supplice,  o  minacciofo  ,  ei  viene  in  vano^ 
In  faccia  a  lui  pria ,  che  tramonti  1  Sole 
Ad  Enea  mi  vedrà  porger  la  mano . 
Solo  quel  cor  mi  piace  : 
Sappialo  Jarba  . 
Ofm»  Ecco  s' appreffa  Arbace*  : 


S  CE- 


P    R    I    M  O 


SCENA  V. 

Jarha  fotto  'nome  di  <t/irhace  ^  ed  (t/4rafpe  con  Seguito 
de*  Jlfori  ;  Cornparfe  ^  che  conducono  Tigri:, 
Leoni  y  e  portano  altri  Doni  per  pre- 
f  rntare  alla  Regina  ;  e  detti  , 

^ra.  "T  TEdi  i  mio  Rè  Mentre  Bidone  y  ftr-^ 

y     vita  d.a  Ofmida  ,  va  f  ut  Trono  ,  fra  loro  ^ 
non  ime  fi  dalla  rnedefimti  g  dicono  , 
Jar.  T'  accheta  . 

Fin  che  dura  l' inganno  , 

Chiamami  Arbace^  e  non  penfare  al  Trono: 

Per  ora  io  non  fon  Jarba  ,  e  Rè  non  fono  • 
Didóne  il  Rè  de' Mori, 

A  te  de' cenni  fuoi 

Me  fuo  fedele  apportator  deftina. 

Io  tePofFro,  qual  vuoi , 

Tuo  foftegno  in  un  punto  ,  o  tua  ruina  . 

Quelle    che  miri  intanto 

Spoglie ,  Gemme,  Tefori ,  Uomini  y  e  Fere, 

Che  r  Affrica  foggetta  a  lui  produce  ^ 

Pegni  di  fua  grandezza  in  don  t'invia  : 

Nel  dono  impara,  il  Donator  qual  lìa. 
Did.  Mentr'io  n'accetto  il  dono  / 

Larga  mercede  il  tuo  Signor  riceve  : 

Ala  s'  ei  non  è  più  faggio  , 

Quel  ,  eh' ora  è  don,  può  divenire  omaggio  » 

(  Come  altiero,  è  coftui  !  )  Siedi,  e  favella  e 
A  4  Ara^ 


té  ^  r  T  0 

Ara.  (  Qaal  ti  fembra  y  o  Signor  ?  ) 
J^r*  (  Superba,  e  bella  ) 

Ti  rammenta  ,  o  Didòne  y 

Qital  da  Tiro  venifti    e  qunl  ti  traffe 

Diiperato  configlio  a  quefto  lido  . 

Del  tuo  Germano  infido 

Alle  barbare  voglie,  al  genio  avaro 

Ti  fu  1'  Affrica  fol  ichermo  >  e  riparo  • 

Fu  quefto  y  ove  s' innalza 

La  fuperba  Cartago  ,  ampio  terreno  > 

Dono  del  mio  Signor  j  e  fu  ... . 
Did.  Col  dono 

La  Vendita  confondi  * . . . 
J^r.  Lafcia  pria  ,  ch'io  favelli  >  e  poi  rifpondi  * 
Dtd.  (  Che  ardir  i 
Ofm.  Soffri.) 
J^r,  Cortefe 

Jarba  il  mìo  Rè,  le  nozze  tue  richiefe  : 

Tu  ricufafli  ;  ei  ne  foffrì  V  oltraggio , 

Perchè  giurafti  allora  , 

Che  al  Cener  di  Sichéo  fede  ferbavi . 

Or  sa  l'  Afìrica  tutta. 

Che  dall  Afia  diftrutta  Enea  qui  venne; 

Sa,  che  tu  l'accoglierti,  e  sa,  che  Tamij 

Nè  fofFrirà  ,  che  venga 

A  contraftar  gli  amori 

Un'avanzo  di  Troja  al  Rè  de' Meri, 
T>id.  E  gli  amori ,  e  gli  fdegni 

Fian  del  pari  infecondi  . 
]ar,  Lafcia  pria  ^  eh'  io  finifca  ,  e  poi  rifpondi . 

Gè- 


P    R    1    M   O  .  \j 

Generofo  il  mia  Re  di  guerra  in  vece 

T'offre  pace,  fe  vuoi: 

E  in  ammenda  del  fallo 

Brama  gli  affetti  tuoi  ,  chiede  il  tuo  letto. 

Vuol  la  Tcila  d^  Enea  • 
Dià,  Diceiti? 
J^r.  Ho  detto . 
Bià.  Dalla  Reggia  di  Tiro 

Io  venni  a  quefte  arene  , 

Libcrtade  cercando,  e  non  Catene* 

Prezzo  de'  miei  tefori , 

E  non  già  del  tuo  Re,  Cartago  è  dono> 

La  mia  deftra  >  il  mio  core 

Quando  à  Jarba  negai , 

elfer  fida  allo  Spofo  allor  penfai . 

Or  più  quella  non  fon  ..... 

J^r.  Se  non  fei  quella  ...... 

Did.  Lafcia  pria,  ch'io  riiponda>  e  poi  favella  * 

Or  più  queila  non  fon  :  variano  i  faggi 

A  feconda  de'cafi  i  lor  penfìeri  * 

Enea  piace  al  mio  cor ,  giova  al  mio  Trono  , 

E  mio  Spofo  farà  . 
J^r.  Ma  la  fua  Tefla 
D^W.  Non  è  facil  trionfo;  anzi  potrebbe 

Coft^r  molti  fudori 

Queflo  avanzo  di  Troja  al  Re  de'  Mori  . 
J^r.  Se  il  mio  Signore  irriti. 
Verranno  a  farti  guerra 
Quanti  Cerali,  e  quanti 
Numidi,  e  Garaman ti  Affrica  ferra. 


i8  A   T  r  o 

Dìd.  Purché  fia  meco  Enea ,  non  mi  confondo  . 
Vengano  a  quelli  lidi 

Garamanti  y  Numidi  ^  Afirica  ^  e  il  Mondo . 
J^r.  Dunque  dirò 
Did.  Dirai, 

Che  delle  fue  follìe  mi  rido  affai  . 
J4r.  E  rifponde  così  femmina  imbelle;, 

Efuìe  ,  fuggitiva   inerme  e  fola 

A  chi  governa  ad  un  girar  di  ciglio 

L'ampio  fuol,  che  divide 

Da  i  termini  d'  Alcide  il  Mar  vermiglio  ? 
Dìd,  Sì  temerario  ?  Al  folle 

PoHeflore  infelice 

D'orridi  Moftri  ^  e  d' infeconde  arene  , 
La  gran  Donna  di  Tiro:, 
Vedova  di  Sicheo  y  che  ardita  fcorfe 
Tante  Terre  ^  e  cant'  onde  > 
Una  Regina  ,  e  forfè 
La  Conforte  d' Enea  ,  così  rifponde  . 
]ar.  Al  tuo  mifero  ftato 

P^nfa  meglio  5  o  Didone.  ^ 
Did.  Ho  già  penfato.  S' aUam  . 

Son  Regina  ,  e  fono  Amante  , 
E  del  cuore  ,  e  del  mio  foglio 
Vuò  difpor  con  Ubertà, 
Torna  ^  e  reca  al  tuo  Regnante  , 
Che  punir  fuo  troppo  orgoglio 
'    U  i.'ilma  mia  fempre  faprà  . 

Son,  ec. 


S  C  E- 


PRIMO.  15 


se    E    N    A  VL 

Jarba  y  Ofmida^  ed  aAraffe  ^ 

Jar,     A  Rafpe  ^  alla  vendetta  .  In  atto  di  partire^ 

Ara.  Jljl  Mi  fon  fcorta  i  tuoi  palli  • 

0[m.  Arbace,  afpetta. 

Jar.  (  Da  me  che  bramerà  ?  ) 

Ofm,  Poflb  a  mia  voglia 

Libero  favellar  ? 
Jar.  Parla. 
0[m*  Se  vuoi  3 

10  m'  offro  a'  fdegni  tuoi  compagno  ^  e  guida  • 
Bidóne  in  me  confida  ; 

Enea  mi  crede  amico  ;  e  pendon  T  armi 

Tutte  dal  cenno  mio  :  molto  potrei 

A'  tuoi  difègni  agevolar  la  ftrada 
7^r.  Ma  tu  chi  fei  ? 
O^m.  Seguace 

Della  Tiria  Regina  ,  Ofmida  io  fono  . 

In  Cipro  ebbi  la  cuna  3 

E  il  mio  core  è  maggior  di  mia  fortuna  o 
Jar.  L'  offerta  accetto  ;  e  fe  fedel  farai  5 

Tutto  in  mercè  ciò  ^  che  domandi  y  avrai  . 
Ofrn.  Sia  del  tuo  Re  Didone^  a  me  ii  ceda 

Di  Cartago  T Impero. 
Jar,  Io  tei  ^romeito  . 
Ofm.  Ma  chi  sà^  fe  confente 

11  tuo  Signore  alla  richiella  audace  ? 


IO  ^   T    T  O 

Jar.  Promette  il  Re  ^  quando  promette  AtbàCe  . 

Ofm.  Dunque  

jfar.  Ogni  atto  innocente  0 

Qui  fofpetro  eiler  può;  ferba  i  configli 
A  più  ficuro  loco    e  più  nafcofo . 
Fidati  :  Ofmida  è  Re  ^  fe  Jarba  è  Spofb  * 
Ofm,       Tu  mi  fcorgi  al  gran  difegno  > 

E  al  tuo  fdcgnox  _ 
Al  tuo  defio  > 
L'  ardir  mio 
Ti  fcorgerà. 
Così  rende  il  fiumicello  3 
Mentre  lento 
Il  prato  ingombi*a  ^ 
,  Alimento 

All' arbofcello  > 
E  per  l'  ombra 

Umor  gli  dà  *  Tu  mi^  ec* 

S    C    E    N    A  VII. 

far,  /^Uanto  è  ftolto  :»  fe  crede  , 

eli'  io  gli  abbia  a  ferbar  fede  ! 
Ara.  I  II  promettefti  a  lui . 

far.  Non  merta  fé  ,  chi  non  la  ferba  altrui  . 

Ma  vanne  3  Amato  Arafpe  ^ 

Ogn' indugio  è  tormento  al  mio  furore. 

Vanne  ;  le  mie  vendette 

Un 


P  ^  I    M   O  .  Il 

Vn  tuo  colpo  aflìcuri .  Enea  s*  uccida  • 
Jlra,  Vado  ;  e  farà  fra  poco 
Del  fuo    del  mio  valore 
In  aperta  tenzone  afbitro  il  Fato  • 
jfar.  Nò  y  t'arreftaj  io  non  voglio 

Che  al  cafo  fi  commetta  ;  ^ 

L'onor  tuo  ,  l'odio  mio^  la  mia  vendetta. 
Improvvifo  V  aifali  5  u(à  la  frode  . 
^ra.  Da  me  frode  ?  Signor  ,  fuddito  io  nacqui , 
Ma  non  già  traditor  :  dimmi  y  eh'  io  vada 
Nudo  in  mezzo  agl'incendj,  incontro  air  armi  ; 
Tutto  farò  :  tu  fei 
Signor  della  mia  vira  ;  in  tua  difefà 
Non  ricufo  cimento; 
Ma  da  me  non  fi  chiede  un  tradimento. 
^ar.  Senfi  d'alma  volgare  !  a  me  non  manca 

Braccio  del  tuo  più  fido . 
^ra.  E  come  >  o  Dei  { 

La  tua  virtude  

far.  E  che  virtù  ?  Nel  Mondo 
O  virtù  non  fi  trova, 
O  è  fol  virtù  quel  >  che  diletta  >  e  giova  * 
Fra  lo  Iplendor  del  Trono 
Belle  le  colpe  fono  , 
Perde  V  orrox'  T  inganno  > 
Tutto  fi  fa  virtù  . 
Fuggir  con  frode  il  danno 
Può  dubitar  ,  fe  lice  , 
Queir  anima  infelice  ; 
Che  nacque  in  fervitù  .    Fxa  y  ec. 

S  CE- 


A    T   T  O 


SCENA  Vili. 

Arafpe . 

EMpio  !  L'orror  3  che  porta 
Il  rimorfo  d'  ua  fallo  anche  felice  > 
La  pace  fra'  difaftri  y 
Che  produce  virtù  ,  come  non  fenti  > 
O  foftegno  del  Mondo, 
Degli  Uomini  ornamento  3  e  degli  Dei  y 
Bella  virtude  ,  il  mio  piacer  tu-  fei . 
Miei  penfieri  3  che  chiedete  ? 
Date  pace  al  mio  dolor  , 
Nè  più  indegni  pretendete 
Tormentarmi  in  jfeno  il  cor  •  Miei  3  ec. 

SCENA  IX. 

Cortile. 

Stiene  ,  e  Enea  l 
En.  /^  là  tei  difii3  o  Selene; 

vJ  Male  interpetra  Ofmida  i  fenfi  miei  : 

Ah  piaceffe  agli  Dei, 

Che  Dido  folfe  infida  3  o  ch'  io  potefll 

Figurarmela  infida  un  fol  momento; 

Ma  faper  3  che  m'  adora  , 

E  doverla  lafciar  3  quello  è  il  tormento  • 
Sei.  Sia  qual  vuoi  la  cagione , 

Che  ti  sforza  a  partir  :  per  pochi  iftanti 

T'ar- 


PRIMO.  ZI 

T' arrefta  almeno  ,  e  di  Nettano  al  Tempio 

Vanne  j  la  mia  Germana 

Vuol  colà  favellarti . 
En.  Sarà  pena  l'indugio*  \  \ 

Sei.  Odila,  e  parti . 
En.  Ed  a  colei  ^  che  adoro  ^ 

Darò  r  ultimo  addìo  ì 
Sei.  (  Taccio  e  non  moro  ?  ) 
E?2.  Piange  Selene  ! 
Sei.  E  come  , 

Quando  parli  così  ,  non  vuoi  ^  eh'  io  pianga  ? 
E?7.  Lafcia  di  fofpirar  :  fola  Didone 

Ha  ragion  di  lagnarli  al  partir  mio. 
Sei,  Abbiam  IMftellb  cor  Didone   ed  io . 
E?7.  Tanto  per  lei  t'  affliggi  ? 
Sei  Ella  in  me  così  vive  , 

Io  così  vivo  in  lei  ^ 

Che  tutti  i  mali  fuoi  fon  mali  miei. 
E'r7.  Generofa  Selene  5  i  tuoi  fof^  iri. 

Tanca  pietà  mi  fanno  , 

Che  fcordo  quali  il  mio  nel  voftro  affanno  :» 
Sei.  Se  mi  vedeflì  il  core  , 

Forfè  la  tua  pietà  farìa  maggiore  . 

SCENA  X. 

farla ,  Arafpe  ^  e  detti  • 
J^r.  ^T^Utta  ho  fcorfala  Reggia 

X  Cercando  Enea>  nè  ancor  m' incontro  in  lui. 
Ara.  forfè  quindi  partì. 

}ar. 


24    ^  ATTO 

]a)\  Folle  coftui .        vedendo  Enea  . 

AfFricano  alle  vefti  ei  non  mi  fèiTibra . 

Stranici*,  dimmi ,  chi  fei  ?         ad  Enea. 
Ara.\  Quanto  piace  quel  volto  agli  occhi  miei  I 

vedendo  Selene  . 
En.  Troppo  ,  bella  Selene  ...... 

guarda  Jarl?a  y  e  non  rifponde  , 
J^r.  Olà  y  non  odi  ?  ad  Enea  . 

En^  Troppo  ad  dti'i  pietofa  come  [opra. 

Sei.  Che  fu perbo  parlar  !  guardando  ]arha. 

Ara,  (  Quanto  è  vezzofa  !  ) 

J^r.  O  pale{a  il  tuo  nome  ,  o  eh'  io  ^ad  Enea 

En.  Qual  dritto 

Hai  tu  di  dimandarne  ?  A  te  che  giova  ? 
^ar.  Ragione  è  il  piacer  mio. 
En,  Fra  noi  non  s'  ufa 

Di  rifpondere  a  ftolti  •  (  Spada . 

]ar.  A  quello  acciaro  , . . .  .  vuol  por  mano  alla 
Sei.  Su  gli  occhi  di  Selene > 

Nella  Reggia  di  Dido  un  tanto  ardire?  a  )arba 
]ar.  Di  Jarba  al  Meffaggiero 

Sì  poco  di  rifpetto  ? 
Sei.  Il  folle  orgogUo 

La  Regina  faprà  , 
]ar.  Sappialo  :  intanto 

Mi  vegga  ad  onta  fua  troncar  quel  capo  , 

E  a  quel  d'Enea  congiunto, 

Deir  offefo  mio  Re  portarlo  appiedi. 
Ef7.  DiSicile  farà  più  3  che  non  credi. 
J>2r.  Tu  potrai  contraftarlo  ?  o  queir  Enea , 

Che 


«   Che  per  glorie  racconta 

Tante  perdite  fue  > 
J?r.  Cedono  aliai 

Ih  confronto  di  glorie 
Alle  perdite  fue  le  tue  vittorie. 
Jay.  Ma  tu  chi  fei  ,  che  tanto 
Meco  per  lui  contrafti  ? 
Son'  un,  che  non  ti  teme ,  c  tanto  bafti  /  ^ 
Quando  faprai^  chi  fono  , 
S  ì  jfiero  non  farai  , 
Ne  paderai 
Così* 

Eramà  lafciar  le  fponde 
Quel  Paffeggiero 
Ardente  j 
Fra  l'onde 
Poi  fi  pente  ^ 

Se  ad  onta  del  Nocchiero  « 

Dal  hdo  li  partì ♦  Quando,  ScC. 

S    C    E    N   A  XI. 

Selene^  ]arhay  ed  Araffe. 

T^Ort  partirà ,  fé  pria .... 
Sei.  XS\   Da  lui  y  che  brami  >  lo  ferma  * 

J^r.  Il  fuo  nome  • 

Sei.  Il  fuo  nome  >  ^ 

Senza  tanto  furor  da  me  faprai  ^ 
Jar.  A  <juefta  legge  io  refto. 

Set 


16  A    T   T  O 

Sei.  Queir  Enea  ,  che  tu  cerchi ,  appUftto  è  quefto  i 
Jur.  Ah  m' involafti  un  colpo  , 

Che  al  mio  braccio  offeriva  il  Ciel  cortefè  • 
Sei.  Ma  perchè  tanto  fdegno  ?  In  che  t*ofFefe^ 
Jar.  Gii  affetti  di  Didone 

Al  mio  Signor  contende  t 

è  noto  ,  e  mi  domandi  in  che  iti'  offende  ì 
Sei.  Arbace  >  a  quel ,  eh'  io  veggio 

Nella  fcuola  d'amor  fei  rozzo  ancora. 

Un  cor,  che  s' innamora  > 

Non  fceglie  a  fuo  piacer  V  oggetto  amato  y 

Onde  nelluno  offende , 

Quando  in  amor  contende  j  o  allor  y  che  niegat 
Corrilpondenza  altrui  :  non  è  bellezza  ^ 
Non  è  fenno,  o  valore. 
Che  in  noi  rif veglia  amore  j  anzi  talora 
Il  men  vago,  il  più  ftolto  è,  che  s' adora  # 
Bella  ,  ciafcuno  poi  finge  al  penfìero 
La  fiamma  fua  ;  ma  poche  volte  è.vero  « 
Vezzofetta 

Placidetr^ 

Finge  amore 

Una  beltade  > 

Che  beltade  in  fe  non  ha  s 
Tutto  lieto 

Il  Core, amante 
A  quel  volto 
Intorno  vola , 
Arde  ,  pena  ' 
E  fi  confola 

Gol  piacer  di  libertà  ,  S  C  E-» 


P    R    1    M  O. 


SCENA  Xlt- 

Jarba^  Arafpe  y  poi  Ofmida. 

far.  I^TOn  è  più  tempo,  Arafpe, 

Di  celarmi  così  :  troppa  fin' ora 
Sofferenza  mi  cofta  » 
Ara.  E  che  farai  ? 

Jar.  I  miei  Guerrier  y  che  nella  felva  afcofi 
Quindi  non  lungi  al  mio  venir  lafciai , 
Chiamerò  nella  Reggia, 
Diftruggerò  Cartago  y  e  1'  empio  core  j 
Air  indegno  Rivai  trarrò  . .  .  • 

Ofm.  Signore  y 

Già  di  Nettuno  al  Tempio 
La  Regina  s'invia:,  fu  gli  occhi  tuoi 
Al  fuperbo  Trojano,  ^ 
Se  tardi  a  riparar,  poi^ge  la  mano. 

Jar^  Tanto  ardir  \ 

Ofm.  Non  è  tempo 
D' inutili  querele  * 

Jar.  E  qual  confìglio  ? 

Ofm.  Il  più  pronto  è  il  migliore  :  io  ti  precedo 
Ardifci  i  ad  ogn' imprqfa 
Io  farò  tuo  foftegno ,  e  tua  difcf^ .  fané 


S  CE* 


A  T  r  o 


SCENA  XIIL 

^arh^  >  eà  Arafpe  *  . 

Ara*  I  A  Ove  corri  ^  o  Signore? 
J^r.    X-^  Il  Rivale  a  fvenar . 
Ara.  Come  lo  fperi  ? 

Ancora  i  tuoi  Guerrieri 

Il  tuo  voler'  non  fanno  é 
Jar,  Dove  forza  non  vai,  giunga  l'inganno. 
Ara.  E  vuoi  la  tua  vendetta 

Con  la  taccia  comprar  di  traditore  ? 
Jar.  Arafpe  >  il  mio  favore 

Troppo  ardito  ti  fe  t  più  franco  all'  opre  c 

E  men  pronto  a'  configli  >  io  ti  vorrei . 

Chi  fon' io  5  ti  rammenta,  e  tu  chi  fei 
Fiume  ondo/b. 
Che  orgogliofa 
Par  coli'  onda 

Ufcir  di  fpondai  -  \  -^^'  l  - 

Nello  fcoglio  a  franger  va  i 
Tal  deir  Empio 
Al  fiero  orgoglio 
D,el  mio  fdegno 
Al  forte  impegno 
Debellato  al  fin  cadrà  # 

Fiume ,  &c. 


$  CE- 


1 


P    i?    /    M  O. 
SCENA  XIV. 


LO  SQ  ;  quel  cor  feroce , 
Stragi  minaccia  alla  mia  fede  ancora  j 
Ma  fi  ferva  al  dovere ,  e  poi  Ci  mora . 
Per  vendetta,  e  per  onore 
Tanti  inganni  abbatterò  t 
Dallo  fdegno  il  fiero  core 

Di  rancor  ftrugger  vedrò  ♦  p 

X  er^  eCf 

SCENA  XV. 

Tempio  di  Nettuno  con  Simulacro 
del  medefimo  ^ 

Ofm,  Ì^Ome}  daMabbri  tuoi 

V-J  Dido  fàprà,  che  abbandonar  la  vuoi  j 
Ah  taci  per  pietà , 

E  rifparmia  al  fug  cor  quefto  tormento . 
Il  dirlo  è  crudeltà; 

Ma  farebbe  il  tacerlo  un  tradimento, 
Ofm.  Benché  coftante^io  fpero , 

Che  al  pianto  fuo  tu  cangerai  penfìero. 
£?7.  Può  togliermi  di  vita. 

Ma  non  può  il  mio  dolore 

Far> 


fo  ATTO 

Far  eh*  io  manchi  alla  Patria ,  c  al  Genitore  ^ 
Ofìn.  O  generofi  detti  1 

Vincere  i  proprj  affetti 

Avanza  ogn' altra  gloria, 
En,  Quanto  cofta  però  quefta  Vittoria  \ 

S    C    E    N    A     X  VI. 

1(^rba ,  Arafpe  ,  e  detti , 

J^r.  T7  Cco  il  Rivai  5  nè  feco 
JL-Lf  E' alcun  de' fuoi  feguaci . 

Ara.  Ah  penfa  ,  che  tu  fei  

Jar.  Sieguimi ,  e  taci  • 

Così  gli  oltraggi  miei ....      inatto  di  ferir  Enea 
Ara.  Fermati  •    <tAraffe  lo  trattiene  . 
Jar.  Indegno,         Gli  cade  il  Pugnale  ^  ed  Arafpe 

Al  nemico  in  ajuto  ?  lo  raccoglie . 

Bn,  Che  tenti ,  anima  rea  ?  ad  Arafpe  ,  in  mano 
Ofm^  (  Tutto  è  perduto.^  di  cui  ^  voltando  fi 

vede  il  Pugnale . 

S    C    E    N    A  XVII. 

Didone  con  Guardie^  e  detti 

O/?^.  Olam  traditi  3  o  Regina: 

O  Se  più  tarda  di  Arbace  era  l'aita^ 
Il  valorofo  Enea 

Sotto  colpo  inuiliano  oggi  cadea . 

T>id. 


PRIMO.  }t 
Did.  Il  traditor  quarè?  dove  dimora? 
Ofmf  Miralo  ,  nella  deftra  ha  il  "ferro  ancora . 

accenna  Arafpe  ^ 

JDid.  Chi  li  dettò  nel  feno 

Sì  barbaro  desìo?     •  ad  Arafpe , 

Ara.  Del  mio  Sigaor  la  gloria   e  il  dover  mio  , 
Ofm^  Come  l'iftelTo  Arbace 

Difapprova .... 
Ara.  Lo  so  ,  eh'  ci'  mi  condanna  ; 

Il  fuo  fdegno  pavento  5 

Ma  il  mio  non  fa  delitto  ,  c  non  mi  pento . 
X)td.  E  nè  meno  hai  roflbre 

Del  facrilego  ecceiro  ? 
Ara.  Tornerei  mille  volte  a  far  lo  fteflb . 

parte  Arafpe  con  Guardie  . 
Did.  Ti  proverò  •  Miniftri  ^ 

Cuftodire  coltui . 
£n.  Generofo  Nemico  3 

In  te  tanta  virtude  io  non  credea  : 

Lafcia  >  che  a  quefto  fen  . . . ,  a  ]arha 

Jar.  Scortati^  Enea . 

Sappi  a  che  il  viver  tuo  d' Arafpe  è  dono: 

Che  il  tuo  fangue  voglMo,  che  Jarba  io  fono. 
tD/^i.  Tu  Jarba  ? 
En.  Il  Rè  de'  Mori  ? 
Dil  Un  Re  fenfi  sì  rei 

Non  chiude  in  feno  $  un  mentitor  tu  fei. 

Si  difarmi , 
Jar.  Nelfuno  f nuda  la  Spada  ^ 

Avvicinarfi  ardifca^  o  eh' io  lo  fveno  » 

Did. 


5Z  ^   T   T  O 

Did,  Olà,  che  più  s^afpetta? 

O  fi  renda ,  o  tiafittò  a'  piè  mi  cada . 
Ofm. .  (  Serbati  alla  vendetta  .  )  a  ]Arba 

]ar.  Ecco  la  Spada  .  ^^na  la  fpada  . 

Tu  mi  vorrefte  opprelTb, 

Donna  crudel ,  ma  fappi 

Io  non  fon  vinto  ancora  y  e  fon   iftelfo  ^ 
Did.  Frenar  r  alma  orgogliofa 

Tua  cura  fia .  ad  Ofmida 

Ofm.  Su  lamia  fè  ripofa  •  parte 

SCENA     XVI  I  L 

Didone  ^  e  Ene^t 
DidJY^  Nea  ,  falvo  già  fei 
J2j  Dalla  crudel  ferita  : 

Per  me  ferban  gli  Dei  sì  bella  vita* 
En.  Oh  Dio  1  Regina  • . .  • 
JDid^  Ancora 

Forfè  della  mia  fede  incerto  ftai  : 
En.  Nò  5  più  funefte  affai 

Son  le  fventure  mie  :  vuole  il  deftino  . . .  • 
Did.  Chiari  i  tuoi  fenii  efponi . 
En.  Vuol  (  mi  fento  morir  )  ch'io  t'abbandoni» 
Did^  M'abbandoni  ?  perchè  c 
En.  Di  Giove  il  cenno  , 

L'Ombra  del  Genitor,  la  Patria,  il  Cielo, 

La  promefla  ,  il  dover ,  T  onor ,  la  fama  , 

Alle  fponde  d' Italia  oggi  mi  chiama. 

La  mia  lunga  dimora 

Pur 


T    R    1    M   0 .  5  3 

Pur  troppo  degli  Dei  molFe  lo  sdegno  • 
Did.-  E  così  fino  ad  ora  , 

Perfido ,  mi  celafti  il  tuo  difegno  ? 
Fu  pietà . 
Did.  Che  pietà  >  mendace  il  labbro 

Fedeltà  mi  giurava  ^ 

E  in  tanto  il  cor  penfava 

Come  lunge  da  me  volgere  il  piede  ? 

A  chi  y  mifèra  me  y  darò  più  fede  l 

Vii  rifiuto  deir  onde 

Io  raccolgo  dal  lido  3  io  lo  riftoro  ; 

Dalle  ingiurie  del  Mar  le  navi  >  e  V  armi 

Già  dtfperfe^  io  gli  rendo  j  e  gli  dò  loco 

Nel  mio  cor    nel  mio  Regno  ;  e  quello  è  poco  . 

Di  cento  Rè  per  lui, 

Ricufando  gli  amori ,  i  sdegni  irrito. 

Ecco  poi  la  mercede  . 

A  chi  ,  mifera  me ,  darò  più  fede  I 
JEn.  Fin  eh'  io  viva ,  o  Didone , 

Dolce  memoria  al  mio  penfier  farai  : 

Nè  partirei  giammai  > 

Se  per  voler  de'  Numi  io  non  dovefll 

Confecrare  il  mio  affanno 

All'  Impero  Latino . 
D/W.  Veramente  non  hanno 

Altra  cura  gli  Dei,  che  il  tuo  Dettino. 
Io  refterò  3  fe  vuoi , 

Che  fi  renda  fpcrgiuro  un'  infelice  . 
Did.  Nò  j  farei  debitrice 

Deir  Impero  del  Mondo  a' figli  tuoi . 

B  Va 


34  \^    T  T  O 

Va  pur;  fiegui  il  mo  Fiato; 
Cerca  d' Italia  il  Regno  ;  all' onde,  avventi 
Confida  pur  la  fpeme  tuaj  ma  fenri  : 
Farà  quell'onde  ifteire 
Delle  vendette  mie  miniftre  il  Cielo, 
E  tardi  allor  pentito 
D'aver  creduto  all'elemento  infaho. 
Richiamerai  la  tua  Didóne  in  vano  ^ 
Bn.  Se  mi  vedefli  il  core 
Dià,  Lafciami ,  traditore  . 
En,  Alm.en  dal  labbro  mio  ^ 
Con  volto  meno  irato 
Prendi  T  ultimo  addio  , 
JDià,  Lafciami^  ingrato,  -^W 
En.  E  pure  a  tanto  sdegno        f  '-jA  ca'u:)  iCI 
Non  hai  ragion  di  condannarrr^i'^^  ,  !  ' 
'Dìà.  Indegno  J 

Non  hai  più  amor  per  me'j»^^^-  1 
Non  mi  ferbi  la  ^'?t:  r  i 

Ingrato;,  oh  Dio  1 
E  pur  lafciai  per  te 
Monarchi ,  e  Regni  j 
T' accolli  3  t' adorai  , 

Tu  m' ingannarti  ognoc  y 
E  brami  ^  che  ali*  Amor 
Cedan  gli  sdegni.  Non  &:c, 

S    C    E    N  'a  XIX. 
Enea . 

ESofFnrò,  che  fia 
Sì  barbara  mercede 

Prc- 


P         /   M  0 .  3  5 

-  Premio  della  ma  fede ^  anima  mia? 

Tanto  amoj:  y  tanti  doni .  *  ^ . 

Ah  pria  ,  eh'  io  t' abbandoni  ^ 

Pera  l' Italia  ,  il  Mondo  ; 

^efti  in  oblìo  profondo 
^  ,'ia  mia  fama  fepolta  :  , 

Vada  in  cenere  Troja  un  altra  volta  . 

Ah  che  diffi  !  alle  mie 

Amorofe  follìe , 

Gran  Genitor  ,  perdona  5  io  n'  ho  rolFore  ; 
Non  fu  Enea,  che  parlò,  lo  dilFe  Amore. 
Si  parta.  E  Tempio  Moro 
Stringerà  il  mio  teforo  ? 
Nò  ....  ma  farà  frattanto 
Al  proprio  Genitor  {pergiuro  il  figlio  ? 
Padre,  Amor,  Gelosìa,  Numi,  conliglio  . 
Son  qual  Nave  in  mezzo  alTond^^ 

Che  in  funefta 

Ria  tempefta 

Già  difpera 

Il  fuo  lido  ritrovar  : 
Vede  al  fin  Y  amate  Sponde  , 

Vede  il  Porto  > 

Ma  conforto 

Perde  poi  di  ripofar .  Son  ,  &c. 

fme  ddV        Primo  . 


ATTO 


ATTO  SECONDO. 

SCENA  PRIMA. 

Galleria  ne' Rcgj  Appartamenti,  con 
Tavolino. 

farba  ,  poi  oy^rafpe  , 

Jar.  I^^^^Ol  per  pochi  momenti  vedendo  Ar. 
R^X^S  M^^^^'^  ancora  i  miei  furori  .  Indegno 
plSt^S  T' ofFerifci  al  mio  sdegno ,  e  non  pa- 
^^^^^^  Temerario  ;  per  te  (  venti  ì 

Non  cadde  Enea  dal  ferro  mio  trafitto  . 

Ara.  Ma  delitto  non  è  , 

Jar.  Non  è  delitto.? 

Di  tante  ofFefe  ormai 
Vendicato  m' avrìa  quella  ferita  • 

aAra.  La  tua  gloria  falvai  nella  fua  vita  » 

Jar.  Ti  punirò 

tt/ira.  La  pena , 

Benché  innocente ^  io  foffrirò  con  pace; 

Che  femprc  è  reo  ,  chi  al  fuo  Signor  difpiacc  • 


S  CE- 


secondo:  'ij 

'S    CENA  II. 

,  ovoì:àii  Stiene  9  e  detti  * 

Sei.  /^Hi  fciolfe  i  lacci  tuoi?  qual  folle  ardire 
Nella  Reggia  ti  guida  ?  e  non  paventi  ' 
Deir  offefa  Reina  i  sdegni  accefi  ? 
far.  Solo  a  farmi  temer  fin  ora  apprefi. 
SeL  Solo  a  farti  temer  ?  queir  empio  core 

Odio  mi  defta  in  feno ,  e  non  paura  . 
far.  La  debolezza  tua  ti  fa  ficura , 
Leon    che  errando  vada 
Per  la  natia  contrada , 
Se  un^  Agnelli^  rimira  y 
Non  fi  commove  alL'  ira 
Nel  generofo  cor. 
Ma  fe  venir  fi  vede 
Orrida  Tigre  in  faccia  , 
L'affale,  e  la  minaccia ^ 
Perchè  fol  quella  crede 
Degna  del  fuo  furor  .        Leon ,  ec« 

SCENA  IIL 

Selene  y  e  Arappe  • 
Sei.   /^Hi  fu  che  all'inumano 

V--/  Difciolfe  le  catene  ? 
Ara.  A  me  bella  Selene  ,  il  chiedi  in  vano  . 
Io  prigioniero  ,  e  reo  , 


3  ?  .A    T   T  O 

Libero  ,  ed  innocente ,  in  un  momento 

Sciolto  mi  vedo  ,  e  fento 

Fra  lacci  il  mio  Signore;  il  palFo  movo 

A  fuo  prò  nella  Reggia  ,  e  vel  ritrovo  . 
SeL  Ah  contro  Enea  v'  è  qualche  frode  ordita  * 

Difendi  la  fuà  vita , 
u4ra.  E'  mio  nemico  : 

Pur  fe  brami ,  che  Arafpe 

Dalle  infidie  il  difenda, 

Tel  prometto  :  fin  qui 

L' onor  mio  noi  contrafta; 

Ma  ti  bafti  così . 
SeL  Cosi  mi  bafta»  in  atto  di  pÀrtir^% 

Ara.  Ah  non  toglier  sì  tofto 

Il  piacer  di  mirarti  agli  occhi  miei^ 
Sei.  Perchè  ? 

Ara.  Tacer  dovrei,  eh' io  fono  amante  j 

Ma  reo  del  mio  delitto  è  il  tuo  fembiante 
StU  Arafpe  il  tuo  valore  > 

Il  tuo  volto,  la  tua  virtù  mi  piace; 

Ma  già  pena  il  mio  cor  per  altra  face 
Ara.        che  amar  non  mi  puoi. 

Soffri  almen  la  m.ia  fede  » 
SeL  Sì  ^  ma  da  me  non  afpettàr  mercede  . 

Chiedi  in  vano  amor  da  me. 
^ra.  Perchè  mai,  mio  ben  :  perchè  > 

SeL  Son  fedele , 

E  r  Idol  mia 

Io  non   voglia  abbandonar , 

kra.  Sei  crudele  > 

■  E  pu- 


S  SCO  N  D  0.  t$ 

E  piire  5  o  Dio  , 
Non  ti  pofTo  abbandonar. 
Spiego  a  te  gli  affanni  miei  > 
Nè  t:i  movi  al  mio  penar? 
SéU  a  languir  folo  nonfci. 

Non  fei  folo  a  fofpirar  .     chiedi,  ce. 

S    C    E    N    A  IV. 

Dido^e  con  foglio  i  e  Ofmida^ 

jDid*        là  fo  ,  che  fi  tìafconde 

Vjr  De'  Mod  il  Re  fotto  il  mentito  Arbacej 
Ma  fia  qual  più  gli  piace    egli  m'offefe; 
E  fen;z' altra  dimora  > 

O^Suddito  3  o  Sovrano  io  vo'^  che  mora  * 
OJm.  Sempre  in  me  de' tuoi  cenni 

Il  più  fedele  efecutor  vedrai  .  . 
Did.  Premio  avrà  la  tua  fede  . 
O Jm^  E  qual  premio ,  o  Regina  ?  adopro  in  vano 

Per  te  fede  >  e  valore  : 
;  Occupa  folo  Enea  tutto  il  tuo  core  * 
Did,  Taci;  non  rammentar  quel  nome  odiato^ 

E'  un  perfido  ,  è  un'  ingrato  > 

E*  un'  alma  fcnza  legge  ,  e  lenza  fede . 

Contro  me  ftelfa  ho  sdegno  j 

Perchè  tìn'  or  T  amai . 
Of?/i.  Se  lo  torni  a  mirar,  ti  placherai. 
l>id.  Ritornarlo  a  mirar?  per  fin,  eh  io  viva. 

Mai  più  non  mi  vedrà  queli'  alma  rea  . 

^  B  4  S  C  E- 


ATTO 


SCENA  V* 

Selene  ,  e  detti  , 

5^/.^TpEco  vorrebbe  Enea 

X    Parlar  3  fe  gliel  concedi. 
Did.  Enea  !  Dov*  è  > 
Sei.  Qui  preflb  , 

Che  fofpira  il  piacer  di  rimirarti  • 
Dtd.  Temerario!  che  venga.  Ofmida,  parti, 

f  ané  Selene  • 
Dfm.  Io  non  tei  dilli  ?  Ebea 

Tutta  del  cor  la  Hbertà  t' invola  • 
Did.  Non  tormentarmi  più  5  lafciami  fola . 

parte  Ofmidd, 

SCENA  VI. 

—       >     .  ^         Didone  ^  e  Enea  • 

Did.  /^OmQ  ancor  non  partirti  >  adorna  ancora 
\^  Quefti  barbari  lidi  il  grande  Enea } 
E  pur  io  mi  credea , 

Che  y  già  varcato  il  Mar  ,  d' Italia  in  feno  ^. 
In  trionfo  traefli 

Popoli  debellati ,  e  Regi  oppreffi . 
En.  QiieiV  amara  favella 

Mal  conviene  al  tuo  cor  bella  Reina . 
Del  tuo  3  deironormio 

Sol- 


1 


SECONDO  4t 

Sollecito  ne  vengo.  Io  sò  che  vuoi 

Del  Moro  il  fiero  orgoglio 

Con  la  morte  punir . 
Did.  E  quefto  è  il  foglio. 
La  gloria  non  confente. 

Ch'io  vendichi  in  tal  guifa  i  torti  miei. 

Se  per  me  lo  condanni  

Did.  Condannarlo  per  te  ?  troppo  t' inganni , 

Pafsò  quel  tempo  Enea 

Che  Dido  a  te  pensò,  fpenta  è  la  face  j 

E  fciolta  la  catena  ; 

E  del  tuo  nome  or  mi  rammento  appena^ 
En.  Sappi  3  che  Re  de' Mori 

E'  r  Orator  fallace  . 
JDid.  Io  non  fo  qual  ei  fia  \  lo  credo  Arbace  J 
En.  Oh  Dio  ,  con  la  fua  morte 

Tutta  contro  di  te  T  Affrica  irriti . 
Dìd.  Configli  non  desìo  : 

Tu  provedi  al  tuo  Regno  ,  io  penfo  al  mio  ♦ 

Senza  di  te  fin'  or  Leggi  dettai  5 

Sorger  fenza  di  te  Cartago  io  vidi. 

Felice  me  y  fe  mai 

Tu  non  giungevi ,  ingrato  ,  a  quefti  lidi . 
En.  Se  fprezzi  il  tuo  periglio  5 

Donalo  a  me  5  grazia  per  lui  ti  chieggio  . 
Did.  Sì  veramente  io  deggio 

Il  mio  Regno  ,  e  me  ftella  al  tuo  gran  merto  • 

A  sì  fedele  Amante , 

Ad  Eroe  sì  pietofo ,  a'  giufti  prieghi 

Dì  tanto  interceiror  nulla  fi  nieghi. 

Inu- 


41.  T  T  0 

Inumano  !  tiranno  !  è  forfè  qucflo 

L'ultimo  dì,  che  rimirar  mi  dei?. 

Vieni  fu  gli  occhi  miei  , 

Sol  d'  Arbace  mi  parli  >  e  me  non  curi  ?  . 

T'avelli  pur  veduto 

D'  upà  lagrima  fola  umido  il  ciglio  * 

Uno  fguardo  3  un  fofpiro  > 

Ui)  fegno  di  pierade  in  te  non  trovo  , 

E  poi  grazie  mi  chiedi  ? 

Per  tpti  oltraggi  ho  da  premiarti  ancora  > 

Perchè  tu  lo  vuoi  falvo  ,  io  vo'  >  che  mora  ^ 
fottofcrive  il  foglio  . 
En^  Idol  mio;  che  pur  fet 

Ad  onta  del  Deftin  V  Idolo  mio  > 

Qhe  polfo  dir  ,  che  giova 

Rinnovar  co'  fofpiri  il  tuo  dolore  ? 

Ah  fe  per  me  nel  core 

Qualche  tenero  affetto  averti  mai  , 

P]aca  il  tuo  sdegno  >  e  rallerena  i  rai . 

Queir  Enea  tei  domanda  , 

Che  tuo  cor  ,  che  tuo  bene  un  di  chiamalli  j 

Quel  ,  che  fin*ora  àmafti 

Più  della  vita  tua,  più  del  tuo  Soglio  t 

Quello  ..... 
Did.  Bafta  :  vincerti  eccoti  il  foglio. 

Vedi  3  quanto  t'adoro  ancora  ingrato? 
,  Con  un  tuo  (guardo  folo 

Mi  togU  ogni  difefa,  e  mi  difarmi. 

Ed  hai  cor  di  tradirmi  ?  e  puoi  lafciarmi  ? 
Non  lafcia  il  ben  che  brama  , 

^:  La  fida  Tortorella  v  Do- 


S  E  C  O  N  D  O.  4f. 

Dove  il  fuo  amor  la  chiama  >  od  il 
Pofa  la  Rondinella:  ''^ 
Ama  il  Leon  coftante  , 
Arde  la  Tigre  amante. 
Amano  l'erbe 5  e  1  fiore 
Sentono  tutti  amore, 
E  tu  noi  fenti  ?  ' 
Se  puoi  lafciar  cosi 

Colei  ,  che  amafti  un  dì , 
O  m'  ingannarti  allor  > 
O  fi  compiace  il  cor 
Ne'  miei  tormenti  • 

Non  ,  ce. 

SCENA  VIL 

Etjeay  foi  farba . 

Ert.'XO  fento  vacillar  la  mia  coftanza 
X  A  tanto  aiTiore  apprelFo  5 

E  mentre  falvo  altiui  perdo  me  fteflb . 
far.  Che  fa  l'invitto  Enea  >  gli  veggo  ancora 

Del  palFato  timore  i  fegni  in  volto  . 
£n.  Jarba  da'  lacci  è  fciolto  ? 

Chi  ti  die  hbertà  l 
Jar.  Permette  Ofmida , 

Che  per  entro  la  Reggia  io  mi  raggiri  j 

Ma  vuol ,  eh'  io'  vada  errando 

Per  ficurezza  tua  fenza  il  mio  brando  , 
En.  Così  tradifce  Ofmida 


44  7*  r  o 

Il  comando  Real? 
Jar.  Dimmi  ^  che  temi  ? 

Ch'  io  m  involi  al  caftigo  ,  o  a  quefte  mura  ? 
Troppo  vi  reiterò  per  tua  fventura . 
En.  La  tua  forte  prefente 

E' degna  di  pietà,  non  di  timore» 
Jar.  Rifparmia  al  tuo  gran  core 

Quella  inutil  pietà.  So^  che  a  mio  danno 
Della  Regina  irriti  i  sdegni  infani . 
Solo  in  tal  guifa  fanno 
Gli  oltraggi  vendicar  gli  Eroi  Trojani  , 
En.  Leggi  ;  la  Regal  Donna  in  quello  foglio 
La  tua  morte  fegnò  di  propria  mano  • 
S'  Enea  foife  Affricano  y 
Jarba  eftinto  farla  :  prendi  >  ed  impara  ^ 
Barbaro  >  difcortefe  ^  lacera  il  foglio  l 

Come  vendica  Enea  le  proprie  ofFefe . 
Vedi  nel  mio  perdono 
perfido  ,  traditor  > 
Quel  generofo  cor> 
Che  tu  non  hai  • 
Vedilo  ;  e  dimmi  poi , 
Se  gli  AfFricani  Eroi 
Tanta  virtù  nel  feno 
Ebbero  mai. 

Vedi^ec» 


S  C  Et 


S  E  C  0  N  t>  O  ^ 


45 


SCENA  Vili- 

farbit^  e  poi  Cfmida  ^ 

Jar.  /^Osì  ftrane  venture  io  non  intendo  l 
Ofm\<^  Signor,  ove  ten  vai  ? 

Nelle  mie  ftanze  afcofo 

Per  tuo  3  per  mio  ripofò  io  ti  lafcai  * 
far.  Ma  fino  al  tuo  ritorno 

Tolerar  quel  foggiorno  io  non  potei . 
Ofm.  In  periglio  tu  fei ,  che  fe  Didone  , 

Libero  errar  ti  vede. 

Temerà  di  mia  fede  . 
Jar.  A  tale  oggetto 

Difarmato  io  men  vo  3  fin  che  non  giunga 

L'  amico  ftuol  ^  che  a  vendicarmi  affretto  ^ 
Ofm.  Va  pur 3  ma  ti  rammenta,  '■ 

eh'  io  fol  per  tua  cagione  , . 
Jar.  Folli  infido  a  Didone. 
.Qfm,.  E  che  tu  per  mercede  ..  .  • 
Jar.  So  qual  premio  fi  debba  alla  tua  fede .      forte . 

.      S     C    E    N A  i  .  J  X.; iw. 

Ofrnida^ 

A Ragione  infedele 
Con  Didone  fon' io.  Cosi  punifco 
L' ingiuftizia  di  lei  y  che  mai  non  diede 
Un  prenùo  alla  mia  fede . 

Mi 


4(j        .    ^  T  r  O 

Mi  rimprovera  in  vano 

Qael  retto  di  virtù  ,  che  al  cor  favdla . 

La  fperanza     un  Trono  è  troppo  bella , 
Tacerò  sì-  ben  io  ,     V  v? 
E  porterò  fe  vuoi 
Lonran  dagli  occhi:  tuoi 
Qaefto  mio  core:)  ■  .%^\ 

D'altri  fo  già  ben  tmfy^r  aitiibW 
Ch^     Idolo  tu  fei  VI  l'ji^  «owi  i-jIl 
Ma  un  Regno  a'defir  miei 
Contrafta  Amore. 

Tacerò  ;>^c* 

SCENA  X. 

..  .  Loggie  Reali , 

JEnea  ,  e  poi  Arafpe . 

J?;^.T7Ra  il  dover,  e  T affetto 

Ancor  dubhiofb  in  petto  ondeggia  il  core  , 

P\ir  troppo  il  mio  valore  -  % 

All'impero  fervi  d'un  bel  fembiante  ! 

Ah  una  volta  TEroe  vinca  l'  Amante. 
Ara.  Di  te  fin' ora  in  traccia 

S  cor  fi  la  Reggia* 
JE?7.  Amico  >  v  ii 

Vieni  fra  quefte  braccia  •  V  •>rinbi 
Ara.  Allontanati  >  Enea  fon  tùó  nemico 

Snuda,  fnuda  quel  ferro:  [nuda  U  Spdda 
Y:L  Guer- 


SECONDO.  47 

Guerra  con  te  non  amicizia ,  io  voglio , 
Tu  di  Jarba  all'orgoglio 

Prima  m' involi  3  e  poi 

Guerra  mi  chiedi ,  ed  amiftà  non  vuoi  ? 
^ra.  T  inganni  ;  allor  difefi 

La  gloria  del  mio  Re,  non  la  tua  vita. 

Con  più  nobil  ferita 

Rendergli  a  me  s*  afpetta 

Quella,  che  tolfi  alni,  giufta  vendetta. 
JEri.  Enea  ftringer  V  acciaro  >  c  ^  ''^ 

Contro  il Tuo  difcnfor  1  il  f  oTf! 

^ra.  Olà,  che  tardi  ?  il)  hlO 

La  mia  vita  è  tuo  dono  j 

Prendila  pur,  fe  vuoi  j  contento  io  fono  : 

Ma  ch'io  debba  a  tuo  danno  armar  la  mano, 

Generofo  guerrier  ,  lo  fpc^ri  in  vano , 
u4ra.  Se  non  impugni  il  brando, 

A  ragion  ti  dirò  codardo ,  e  vile  . 
Quefta  ad  un  cor  virile, 

Vergognofa  minaccia  Enea  non  foìFte  . 

Ecco  per  foddisfarti  io  fnudo  il  ferro  : 

Ma  prima  i  fenlt  miti 

Odan  gli  Uomini  tutti,  e  tutti  i  Dei: 

Io  fon  d'  Arafpe  amico  ; 

Io  debbo,  la  mia  vita  al  fuo  valore  j 

Ad  onta  del  mio  cuore  , 

Difcendo  al  gran  cimento , 

Di  codardìa  tacciato  , 

E  per  non  elfer  vii ,  ini  rendo  ingrato . 


S  C  E- 


48 


ATTO 


SCENA  XI. 

Selene  y  e  detti . 

In  4tto  ^  che  fi  anno  per  batterfi  y  efce  Selene  i 
SeL  nr^Anto  ardir  nella  Reggia  ?  olà  3  fermate 
X    Così  mi  ferbi  fc  ?  così  difendi 
Arafpe  ,  traditor  >  d'  Enea  la  vita  ? 
£n.  Nò,  Principelfa;  Arafpe  .  ^ 

Non  ha  di  tradimenti  il  cor  capace  ^  :ro'  • 
SeL  Chi  di  Jarba  è  feguace , 

Effer  fido  non  può  . 
Ara.  Bella  Selene, 
Puoi  tu  fola  avanzarti 
A  tacciarmi  così . 
SeL  T'  accheta  ,  e  parti  • 
Ara*        Vedi  la  pena  mia 

Vinta  dai  tuo  rigor , 
Viver  non  fa  il  mio  cor 
In  tanto  affanno  : 
Cara  lo  fdegno  oblia  3 
:       Coftante  ognor  farò  , 
Se  torni  a  dir  di  nò 
^  Hai  il  cor  tiranno  •       Vedi>  ec. 


■  jDM  è' 


SECONDO. 
S    C    E    N    A  '  XIL 


Enea  ,  e  Selene  • 

En.    A  Llor ,  che  Arafpe  a  provocar  mi  venne , 
Xjl  Del  fuo  Signor  foftenne 

Le  ragioni  con  me  :  la  fua  virtude 

Se  condannar  pretendi  , 

Troppo  quel  core  ingiuftamente  offèndi . 
SeL  Ah  ,  generofo  Enea , 

Non  fidarti  così  :  d'  Ofmida  ancora 

AU'amiftà  tu  credi,  e  pur  c'inganna. 
En.  Lo  fo  ;  ma ,  come  Ofmida , 

Non  ferba  Arafpe  in  feno  anima  infida  • 
Sei.  Sia  ,  qual*  ei  vuole  •  Arafpe  5  or  non  è  tempo 

Di  favellar  di  lui:  brama  Didone 

Teco  parlar . 
En.  Poe*  anzi 

Dal  fuo  regal  foggiorno  io  traili  il  piede  : 

Se  di  nuovo  mi  chiede  > 

eh*  io  refti  in  quefta  arena  y 

In  van  s' accrefcerà  la  noftra  pena  • 
Sei.  Oh  Dio  ;  fe  non  V  afcolti , 

Tu  fèi  troppo  inumano  . 
En.  Tl  afcolterò  ;  ma  V  afcoltarla  è  vano . 
Non  cede  all'  auftro  irato  , 
Ne  teme 

Allor  y  che  freme  > 
Il  turbine  sdegnato 

C  Quel 


50  ATTO 

Quel  Monte , 
Che  fublime 
Le  cime 

Innalza  al  Ciel  • 
Collante  ad  ogni  oltraggio 
Sempre  la  fronte 
Avvezza: 
Difprezza 
Il  caldo  raggio  ^ 
Non  cura 

Il  freddo  gel .        Non  cede ,  ec, 
SCENA  XIIL 

Selene . 

CHI  udì  >  chi  vide  mai 
Del  mio  più  ftrano  amor  y  forte  più  ria  ? 
Taccio  la  fiamma  mia  ; 
E  vicina  al  mio  bene  > 
So  fcoprirgli  V  altrui  y  non  le  mie  pene  • 
Vanne  ^  Amor  ;  fe  giufto  fei  , 
Vanne  in  feno  al  caro  bene 
A  fpiegar  gli  affanni  miei , 
Le  mie  pene 
A  palefar  • 
Se  dirà  >  che  non  v'  è  fpeme 
Per  un  cor^  che  langue,  c  geme> 
Quella  face  almeno  ammorza  ^ 
Che  mi  sforza 

A  folpirar .  Vanne  ^  ec. 

SCE 


SECONDO. 


5^ 


SCENA  XIV. 


Gabinetto  con  Sedie  . 


Didone  y  poi  Snea . 


Dìd.  TNcerta  del  mio  Fato 

X  Io  più  viver  non  voglio  .  E'  tempo  ormai 
Che  per  T  ultima  volta  Enea  fi  tenti  . 
Se  dirgli  i  miei  tormenti. 
Se  la  pietà  non  giova  , 
Faccia  la  gelosìa  V  ultima  prova  . 
!En.  Ad  afcoltar  di  nuovo 

I  rimproveri  tuoi  vengo  ^  o  Regina , 
So  3  che  vuoi  dirmi  ingrato , 
Perfido >  mancator ,  fpergiuro,  indegno: 
Chiamami,  come  vuoi ,  sfoga  il  tuo  sdegno. 
Did.  Nò  3  sdegnata  io  non  fono  :  infido  ,  ingrato 
Perfido  3  mancator  più  non  ti  chiamo  5 
Rammentarti  non  bramo  i  noftri  ardori  : 
Da  te  chiedo  configli,  e  non  amori. 
Siedi ,  fu  dono  , 

En.  (  Che  mai  dirà  1  ) 
D'id.  Già  vedi ,  Enea  > 

Che  fra' nemici  è  il  mio  nafcente  Impero  • 
Sprezzai  fin'  ora  ,  è  vero  , 
Le  minacce  ,  e  'l  furor  ;  ma  Jarba  ofFefo  ^ 
Quando  priva  farò  del  tuo  foftegno  ^ 
Mi  corrà  per  vendetta  e  Vita  3  e  Regno  . 


C  z 


In 


5  2  .ATTO 

In  così  dubbia  forte 

Ogni  rimedio  è  vàno  :  \' 

Deggio  incontrar  la  morte , 

O  al  faperbo  «Affrican  porger  la  mano  ? 

L'uno,  e  l'altro  mi  fpiace    e  fon  confufa. 

Al  fin  3  femmina  ,  e  fola  , 

Lungi  dal  patrio  Ciél  ,  perdo  il  coraggio; 

E  non  è  meraviglia  >  '  -rj 

S'io  rifolver  non  fo:  tu  mi  configlia é 
Dunque  ,  fuor  che  la  morte  5 

O  il  funefto  Imeneo, 

Trovar  non  fi  potrìa  fcampo  migliore  ì 
Did.  V'era  pur  troppo  . 
En^  E  quale  ? 

Did»  Se  non  sdegnava  Enea  d*  ellèr  mio  Sp<i)fa , 

L' Affrica  avrei  veduta 

Dall' Arabico  ieno  al  Mar  d'Atlante» 

In  Cartago  adorar  la  faa  Regnante  . 

E  di  Troja  j  e  di  Tiro 

Rinovar  li  potea  .  .  .  • .  ^  ma  che  ragionò  ; 

L' impofiìbil  mi  fingo  >  e  folle  io  fono . 

DimPxd ,  che  far  degg'  io  ?  con  alim ^  forte  >  '  ' 

Come  vuoi ,  fcie^lierò  Jarba  ,  o  la  Morte  • 
En.  Jarba ,  o  la  Morte  ?  e  configliarti  io  deggiplL 

Colei ,  che  tanto  adoro  ,  a 

All'odiato  Rivai  vedere  in  braccio  ?' 

Colei  

Did.  Se  tanta  pena 

Trovi  nelle  mie  nozze  ,  io  le  riculo; 

Ma  per  tormi  agi'  infulti 

Ne- 


S  E  C  0  N  I>  O  y  j 

Neceirario  è  il  morir  :  ftringi  quel  brando  ^ 

Svena  la  .6àà  fedele  :  . 

pietà  con  Didone  eller  crudele 
£'r7.  Ch'  io  fi  fveni  ?  ah  più  tofto 

Cada  fopra  di  me  dal  Ciel  lo  sdegno  : 

Prima  fcemin  gli  Dei , 

Per  accrefcer  tuoi  giorni   i  giorni  mici. 
Did.  Duncftma  Jarba  mi  dono  :  olà.    efce  un  Paggio. 
jE/;.  Dtìiofei^nìa.:  ..^ 

Troppo,  oh  t>ìo  y  per  mia.  pena.^    -    -  >^ 

Sollecita  tu  fei  .  ^bQ 
Did.  Dmqjuje  Imi  ivermi,:.:!^  re  v»^c^\v:^y.r 
Eri.  Nò:  fi  ceda  al  J^eftina  : 'a  Jarbi>  ftg 

La  tua /kdlm  >real  :  di  pace  priva      >n  .:n::^:  ^ 

Refti  Talma  d' Enea  t»*^  Viva  •  ^ 

^id.  Già  che  d'altri  mi  brami;,        :  ;ì  T 

Appagarti  faprò  .  Jarba  fi  chiami  :*    Parte  il  Pag-- 
v^>  VCl  -a  /'{^^o^.y^tdMtro  portA  da  fedire  per^arha.\ 
^  Mtiài^  q-banm  fon.  io  i;.rriiO         ,  '■  :iii:-^yì . .  ^  . 

UbbidieiJte:  a  te  .  :  l>.-u1  -j  ril'^^m')  !  •^^^'0 

E'a.  Regiiia:y>addiot.ì:2  A  ^Sìdwanéyd^nfedmiJ 
Did,  Dove,  dove?  t'arrefta.:':i  -  ?      ^:         v  ) 

Del  felice  Imehcb^  B»t;ak> 

Ti  voglio  fpettatore/  ^  .....  ,  .  .j>:.  :  .cbxiv  ria  • 

(  Refifter  jirni' piDGrà:^}  fé:rs  d    i;n]or^>t^rii  ^dijJ 
-E//.  (  Coftanza,  o  core.)  ^ 

.  -ormA  Oli  ^^^vrif  nn'.,  , 

:  OHI/:  '2  oi  oil^Jlf.oj         isa  :  oi^^M 
C  3  se  E- 


54  -A    T   T  O 

SCENA  XV. 

Jarba  feriz.a  fpada  y  e  dettèX  oi'fÌ.J  .  '1 

J(^r.  T^Idone  ^  a  che  mi  chiedi  ? 

Sei  folle  ,  fe  mi  credi 

Dalli  ira  tua  ,  da  tue  minacce  o|)preiro. 

Non  fi  cangia  il  mio  cor^  fempre  è  lo  fteffo . 
En.  (  Che  arroganza  !i) 
Did.  Deh  placa 

Il  tuo  sdegno,  o  Signor  :  tu ,  coL  tacermi 

Il  tuo  gr?id<:i    e  il  tuo  nome,     .  >  i  3 

A  gran  rifchio  efponefti  il  tuo  dccorof  w 

Ed  io  ma  qui  t'affidi:         ..au,.  i  i^..' 

E  con  placido  volto  :      ^(1)  lUDf 

Afcolta  i  (enfi:  miei  ^    •  v   .^1  i'.x^^ 

Jm.  Parla  :  ,c'  afcólto  .       Jiedono  Jàr.  e  Did, 
En.  Permettimi ,  che  ormai  •  .  .  in  atto  dh  partiti  » 
Dtd.    erma  ti,  e  fiedi  :  ad  Enea. 

Troppo  lunghe  ^non  fian  le  tue  dimore . 

(  Rcfirter  non  potrà;.  )  ^      '     ^  ^Tt. 

En^  Coftanza  5  o  core.  )         fiede .  vU.l 
Jar.  Eh  vada:  allor  ,  che  teco:  ongov 

Jarba  foggiorna  ,  ha  da  partir  cpftiur^  "?'>>iTi  .  .  ; 
E  i.  {  Ed  io  lo  fbffifo  1  )  f  .      >  .  ^ 

Dtd.  In  lui. 

In  vece  d'un  Riv^l,  trovi  un  Amico . 

Ei  fèmpre  a  tHO  favore 

Meco  parlò:  per  fuo  coniglio  io  t'amo: 
^3:-  V  Se 


SECONDO.  fs 

Se  credi  menzognero 

Il  labbro  mio  ,  dillo  tu  fteiro  .       ad  Enea . 
En.  E'  vero . 

J^r.  Dunque  nel  Re  de'  Mori 

Altro  merto  non  v'è>  che  un  fuo  con  figlio  ? 
Did.  Nò  5  Jarba  :  in  te  mi  piace 

Quel  regio  ardir ,  che  ti  conofco  in  volto  . 

Amo  quel  cor  sì  forte 

Sprezzator  de' perigli,  e  della  morte.- 

E  fe  il  Ciel  mi  deftina 

'     Tua  compagna,  e  tua  Spcfa  

En.  Addio  3  Regina  :  dz,a  • 

Bafta  a  che  fino  ad  ora 

T'abbia  ubbidito  Enea. 
Did.  Non  bafta  ancora  : 

Siedi  per  un  momento, 

(  Comincia  a  vacillar  •  ) 
En.  (  Quefto  è  tormento  i  )    En.  torna  a  federe  . 
Jar.  Troppo  tardi ,  o  Didone  y 

Conofci  il  tuo  dover,-  ma  pure  io  voglio 

Donar  gli  oltraggi  mici 

Tutti  alla  tua  beltà • 
En.  (  Che  pena  oh  Dei  !  ) 
Jar.  In  pegno  di  tua  fede 

Dammi  dunque  la  deftra  . 
^id.  Io  fon  contenta, 

A  più  gradito  laccio  amor  pietofb 

Stringer  non  mi  potea. 
En.  Più  fofFnr  non  fi  può  .     fi  leva  agitato . 
Did.  Qual  ira  Enea  ? 


fg  ^  T  T  O 

E  .  Ma  che  vuoi  ?  non  ti  bafta 

Quanto  fin' or  fofFrì  la  mia  coftanza  ? 
l)id.  Eh  taci  • 

£^7.  Che  tacer?  tacqui  abbaftanza. 

Viioi  darti  al  mio  Rivale  ? 

Brami  ^  che  tei  configli  ? 

Tutto  faccio  per  te.:  che  più  vorreAi  ? 

Ch'io  ti  vedeffi  ancor  fra  le  fue  braccia  ? 

Dimmi  che  mi  \uoi  mortole  non  ch'iotaccia* 
Dtd.  Odi:  a  torto  ti  sdegni. 

Sai  y  che  per  ubbidirti . .  ^ . .  s*  alza  Didane  . 
En.  Intendo  ^  intendo  : 

Io  fi.no  il  traditore  fon  io  l'ingrato: 

Tu  fei  quella  fedele  , 

Che  per  me  perderebbe  e  vitale  Soglio  j 

Ma  tanta  fedeltà  veder  non  voglio,  farte. 

S    C    E    N    A  XVI. 

JDidone  >  e  farba  • 

Did.  OEnti.  '^''^ 
Jar.   v3  Lafcia,che  partà  •       s' aUa  Jarhéi. 
Dtd.  I  sdegni  fuoi 

A  me  giova  placar . 
yar.  Di  che  paventi  ? 

Dammi  la  àtAm  ;  e  mia  ^'H 

Di  vendicarti  poi  la  cura  fia. 

Did.  D'  Imenei  non  è  tempo  , 

Jar.  Perchè  ?  ^  '  ' , 

Did.  Più 


SECONDO.  57 
Did.  Più  non  cercar. 
jfar.  Saperlo  io  bramo. 

Did.  Giacché  vuoi,  tei  dirò;  perchè  non  t*amo 
Perchè  mai  non  piacefti  agli  occKi  miei  ; 
Perchè  odiofo  mi  fei  ;  perchè  mi  piace 
Più  che  Jarba  fedele ,  Enea  fallace . 
Jar.  Dunque ,  perfida  ,  io  fono 

Un  oggetto  di  rifo  agU  occhi  tuoi  ^ 
Ma  fai  ^  chi  Jarba  fia  ^> 
Sai  con  chi  ti  cimenri  < 
JDid.  So,  che  un  barbaro  fei ,  nè  mi  fpaventi . 
Jf^ar.         Chiamami  pur  così  j  ^ 
Forfè  pentita  un  dì 
Pietà  mi  chiederai , 
Ma  non  V  avrai  da  me  . 
Quel  barbaro,  che  fprezzi,  ^ 
Non  placheranno  i  vezzi  ; 
Nè  fofFrirà  V  inganno 
Quel  barbaro  da  te . 

Chiamami,  ce. 

S    C    E    N    A  XVII. 

Didone  • 

E Pure  in  mezzo  all'  ire 
Trova  pace  il  mio  cor .  Jarba  non  temo  : 
Mi  piace  Enea  sdegnato  ;  ed  amo  in  lui 
Come  effetti  d'amor  gli  sdegni  fui. 
Chi  fa  ?  pietofi  Numi , 

C  5  Ram- 


58       ATTO  SECONDO. 
Rammentatevi  almeno. 
Che  fofte  amanti  un  dì  >  come  lon^io  ; 
Ed  abbia  il  voftro  cor  pietà  del  mio  . 
Al  ben  ,  che  adoro 
Portate  o  Venti 
Gli  alti  lamenti 
Di  quello  cor  : 
Che  de' miei  noali 
Pietade  avranno 
Quelli ,  che  fanno  , 
Che  cofa  è  Amor. 

Al  ben ,  ec. 


Fine  dell*  Atto  Secondo^ 


ATT 


55) 


V<>vovovov<>v5v6v6v6v6 

ATTO  TERZO. 

SCENA  PRIMA. 

Porto  di  Mare  con  Navi  per  rimbarco 
di  Enea  . 

Enea  con  feguìto . 

lOmpagni  invitti,  a  tolerare"  avvezzi > 
E  del  Cielo^edel  Mar  gllnfulti.e  1  ire. 
Dettate  il  voftro  ardire. 
Che  per  X  onda  infedele 
E'  tempo  già  di  rifpiegar  le  vele. 
Per  sì  ftrane  vicende 
Air  Impero  Latino  il  Ciel  ne  guida , 
Andiamo ,  amici  ,  andiamo  : 
A  i  Trojani  Navigli 
Fremano  pur  venti ,  e  procelle  intorno  : 
Saran  glorie  i  perigli , 
E  dolce  fia  di  rammentargli  un  giorno. 

/ ^guc  V  imbarco . 


C  ^  S  C  E- 


éo 


^  T  r  o 


SCENA  IL 

Jarba  y  e  detti  ^ 

AOve  rivolge,  dove 
JlJ^  Queft'  Eroe  fuggitivo  i  legni ,  e  l' armi  ? 
Vuol  portar  guerra  altrove  , 
O  da  me  col  fuggir  cerca  lo  fcampo  ì 
in.  Ecco  un  novello  inciampo  ! 
ar.  In  quefta  guifa 
Tu  lafci  in  abbandono 
La  fida  Spofa,  e  di  Cartago  il  Trono  ? 
En.  Alla  mia  gloria  io  cedo  , 

Barbaro,  e  non  a  te,  la  Spofa,  e  il  Regno, 
Se  vuoi  goderne  appieno. 
Non  irritar  la  fofferenza  mia. 
ar.  Farmi  però  ,  che  fia 
Viltà,  non  fofferenza  ,  il  tuo  ritegno. 
Per  un  momento  il  legno 
Può  rimaner  fui  lido  : 
Vieni,  s'  hai  cor  5  meco  a  pugnar  ti  sfido  . 
En.  Vengo  :  reftate  Amici  5 

Che ,  ad  abbalfar  quel  temerario  orgoglio  > 
Altri  che  il  mio  valor  ,  meco  non  voglio . 

Enea  [vende  ddU  Nave. 
Eccomi  a  te  ;  che  penfi  ? 
Jar.  Penfo  ,  che  all'  ira  mia 

La  tua  morte  farà  poca  vendetta . 
En.  Per  ora  a  conrraftarmi . 

;Non 


TER    Z  O. 
Noq  fai  poco  ^  fe  penfi  :  all'  armi . 
Jar.  All'  armi . 

Mentre  fi  battono^  e  Jarha  va  cedendo  ^  i  fuoi 
Adori  vengono  in  ajuto  di  lui  5  ed  ajfalgono  uni^ 
tornente  Enea .  1  Compagni  d'  Enea  i/f  ajuto  di 
lui  fcendano  dalle  T^^vi ,  ed  attaccano  i  Aiori . 
Enea  y  e  Jarha  combattendo  entrano  .  Siegue  zuf-- 
fa  fra'  Trojant  y  e  Mori  :  i  Aiori  fuggono  ,  e  gli 
altri  li  fieguono  •  E f cono  di  nuovo  combattendo 
Enea  y  e  Jarb^^  \ 
En.  Gjà  gadelti,  e  fei  vinto  ^  o  m  mi  cedi, 

O  trafiggo  <2ucl  core  .  ^ 
jfar.  In  van/Jo  chiedi .  "^^ 
En.  Se  al  vincitor  sdegnato 

Noi>  dimmdi  ipmì  .  •  •  • 
^ar.  Siegui  il  tuo  fato . 
En.  Sì  y  mori  ,ma  che  fo  ?  vivi  non  voglio 
Nel  tuo  fàngue  infedele 
Quefto  acciaro  macchiar . 
!^ar.  iSip^e-  icrudele  ! 

En.  Vivi  5  fuperbo  ,  e  regna  ;  r/r 

.  udT  Regna  per  gloria  mia  5 
.  'iv  / Vi  ^iìvo  yivi  per  tuo  roilor  .  , 
E  la  tua  pena  ila 
.11  raipnicntar  5  che  in  donq 
Ti  die  la  vita  ,  e  il  Trono 
Pietofo  il  Vincitor  . 

Vivi ,  ec.     parte  . 
jfar.  Ed  io  fon  vinto  y  ed  io  foffro  una  vita  > 
Che  d*un  vile  Stranier  due  volte  è  dono? 

C  7  Nò, 


6i  ATTO 
Nò>  vendetta,  vendetta  :  e  fe  non  poflo 
Nel  fangue  d'  un  Rivale 
Tutto  eftinguer  lo  sdegno 
Opprimerà  la  mia  caduta  un  Regno  # 
Farò  vendetta 

Vendetta  sì , 

E  cjuel  che  tanto  ardì > 

Cada  fvenato  : 
Allor  lieto  farò 

Quando  ridir  potrò 

Son  vendicato,  FaròV  cc* 

SCENA     Illj  ^ 

Bofchetto  fra  la  Città  >  ed  il  Porto  i 

udrafpCyC  poi  Selene  ^  .  ^ 

Ara.  ^T^Utta  di  Jarba  all'  ira  o  Oo  C 

JL    Veggo  efpofta  Cartago  5  àlmen  potcfli' 

Dar  foccorfo  al  mio  bene . 

Chi  sà?  dove  s' afconde  ?  ecco ,  che  viene, 

PrinciptlTa  ^  ove  corri  ?  (  vede  Selene  * 

Sei.  Io  de' miei  paffi  ^ 

Ragion  non  rendo ^  a  un  mio  nemico . 
Ara.  Oh  Dio  ! 

Arafl  e  è  tuo  nemico  ?  Ah  mal  conviene 
»  '  Tl-riome  di  nemico  a  chi  t'adora. 
Sei.  Nò  ;  non  ama  Selene 

Chi  Enea  chiama  al  cimento  e  vuol  y  che  mora'. 

Ar. 


r  E  R  z\o:  6^ 

Ar.  Troppo,  o  bella ,  ti  sdegni  5  e  ìngiuftamente 

Per  lui  fpergiuro  ,  e  traditor  mi  chiami  • 

Perdona  Y  ardir  mio  ;  temo^,  che  V  ami . 
Sei.  Sì  3  1'  amo  ,  è  vero  5  io  non  Tafcondo  :  è  forfè 

Gran  delitto  T amarlo  ?  o  li  pretende 

Dar  legge  a  i  noftri  affetti  ? 
Ara^  Nò  3  cara    amalo  pur  :•  io  non  mi  lagno 

Nè  di  te  ,  ne  di  Enea:  di  me  più  degno 

E*  degli  affetti  tuoi  j  ma  foffri  almeno. 

Giacché  sdegni  d'amarmi,  i^.  j 

Ch'io  della  forte  mia  pofla  lagnarmi,^  "^^^'^ 
Sei.  Inutilmente  io  perdo  i^ 

Teco  i  momenti.  '  '''"'^ 

j^ra.  Afcolta,  ove  tcn  vai> 

Forfè .... 
Sei.  In  traccia  d'  Enea  . 
Ara.Tavtclì^)  o  cara 

A  gran  periglio  efponi  --n  ^ 

Col  partir  la  tua  vita  .  b  èfh: 
Sei.  A  qual  periglio  ?  v.rloi  aoi^  /!{  l- 
Ara.  Jarba  è  reìo  pià  forte  :  a  quefte  fponde 

Giunfero  i  Mori  in  fuo  foccorfo. 
Sei.  Oh  Dei  ! 

Ma  che  farà  ? 
oAra.  l>lol  so  :  da  un  Re  poffente 

Ed  a  ragion  sdegnato  ^ 

Tutto  fi  può  temer . 
Sei.  Deh  fe  tu  m' ami , 

Dair  Affricano  infido 

Me  difendi  ^  ed  Enea ,  Cartago ,  e  Dido  . 

C  8  Ani: 


64  T   T  O 

Ara.  Sai ,  che  poco  han  di  forza  i  miei  configH 
Su  quel  feroce  petto  : 
Pur  ^quanto  lice  a  me ,  tutto  prometto. 
Di  voti ,  e  4i  preghiere 
Non  farò  fcarfo  ^  acciò  gli  oltraggi  fuoi 
Ponga  jarba  in  obbllo  : 
E  fe  balla  il  mio  fangue,  il  fangue  mio 
Spargerò  dalle  vene 

Per  Cartago  ,  ed  Enea,  Dido,  e  Selene. 
StU  Tutto  dal  tuo  bel  core 

Lice  fperar . 
Ara.  Ma  poi  di  me  che  fia  ? 
Sd.  Tu  dalla  forte  mia. 

Anche  ad  amar  fenza  Iperanza ,  impara  . 

Se  può  la  tua  virtù 

Amarmi  a  quefta  legge  ,  io  tei  concedo; 
Ma  non  chieder  di  più  ♦ 
Ar^.  Di  più  non  chiedo . 
Sci.         Poiché  d*  ogni  nobil  core 
E  r  onor  folo  fignore 
Quel,  che  vuole  adorerò  : 
Anche  ad  onta  della  forte 

Del  mio  amor  coftante ,  e  forte 
Chiaro  fegno  io  lafcerò . 

Poiché,  ce. 

S   C  E  N  A  IV- 

Arafpe . 

Sorelle  iafciar  dovrei 
UnVamor  fenza  fpemc  v 

Ma 


TERZO.  6j 

Ma  in  un  ben  nato  core  ^  - 

Fiamma  ,  che  pura  nacque ,  unqua  ,  non  morè  ♦ 
Nocchier  ,  che  il  legno  guida 
Mentre  s*  accheta  V  onda 
Faftofo  a  quella  fponda 
Ritorna  onde  partì  : 
Ma  fe  i  perigli  sfida     ...  _ 
.  Ardito  e' va  tentando ìH'^ 
O  lacero  ;  o  va  errando.^ 
O  il  mar  V  alforbc  un  dì". 

Nocchier,  ce. 

S    C    E    N    A  V- 

Jarba ,  che  efce  fnriofo  y  foi  Ofmìda. 

Jar.  OE  non  trafiggo  Enea  non  fon  contento. 
Ofm.Cj  Jarba  5  già  in  tua  difefa  - 

Lo  ftuol  de'  Mori  a  quefte  mura  arriva . 
Jar.  Giunfe  pur  una  volta  è  tempo  alfine 

Di  forprender  Cartago , 

Di  punir  Dido  ,  e  d'  alfalir  Enea 

Pria  ,  che  di  novo  in  sù  le  navi  accolga 

Le  fparfe  fchiere  >  e  l'ancore  difciolga. 
O/w.  Andiam:  di  tue  vendette  ' 

Sarò  miniftro  anch'io. 
Jar.  Nò  nò  ;  rimanti  : 

Uopo  or  non  ho  di  mercenaria  aita . 
Ofm.  Come  ?  e  fin  or  ... 
far.  Fin' ora,  ^nima  vile,  .  - 

Gio- 


66  'A    T   r  O 

Giovommi  il  tradimento  j 
.  Or  vo'  punito  il  traditore  . 
Ofm.  E  quella 

Tu  rendi  alla  mia  fede  .  ♦  • . 
J(^r.  Quefta  de' tradimenti  è  la  mercede. 
Punirò  quel  cor  fallace  ; 
E  faprai  per  tuo  tormento  ^ 
Che  fi  brama  il  tradimento  j 
Ma  difpiace 
Il  traditor  . 
.V.  ;  E  fe  anch'io  tradifco  un  empio  ^ 
Alma  rea  ^  non  dei  lagnarti  ; 
,Tu  m'infegni  ad  iagannarti 
Con  l'cfempio 
*  iv'Pjel  tuo  cor. 

Punirò  3  ec. 
S    C   E   N   A     V  I,( 

"  '  .r. 

Ofmìda* 

INfelice  3  che  fento  > 
EccO;,  che  in  un  momento* 
Mi  lafcia  ogni  fperanza  in  abbandono  : 
Perdo  gli  Amici  e  non  acquifto  il  Trono» 
Speranza  cara  ^  e  bella 
Che  mi  allettafti  ogn'or, 
,Tu  fei  troppo  rubella 
A  quello  core 
So  già  3  che  al  proprio  onor 

Io 


TE   R    Z  O. 


«7 


Io  villi  fcmpre  ingrato 
E  fempre  fono  flato 


Un  traditore. 

Speranza^  ec. 

SCENA  VII. 

Vafta  Reggia  con  veduta  della  Città  di 
Cartagine  ,  che  viene  incendiata . 

^    Diàont  y  e  poi  Ofmida. 


y     II  mio  tormento  ^ 
Io  lo  fento , 
E  non  r  intendo  :      ^  ^ 
Giufti^^Dei,  che  mai 'farà  >  -  Va*">cc- 
Ofm.  Deh  3  Regina,  pietà  .  ^  ■        •  lO 
Did.  Che  rechi ,  amico  ?      h^^À  u-A  i  oì  i^V 
Ofm.  Ah  nò  ;  così  jbcl  nome  .  '  •  ^'hno;>  (-  ■{■  •  '  * 
Non  róerta  un.  .traditore  ,  rbkvinr 
D'  Enea  ,  di  te  nemico  >  e  del  tuo  amore  ,  ^ 
T>id.  Conie  ?  . 
Ofm.  Colla  fpcranza 

Di  farmi  grande  io  fecondai  fin'  ora 
/Del  tuo  Nemico  i  rei  difegni  :al  fine 3 
Dal  mio  rimorfo  oppreffo ,  ' 
Vengo  il  mio  fallo  a  palefar  io  ftelfo . 
Did.  Reo  di  tanto  delitto  hai  fronte  ancora 

Di  prefentarti  a  me  ? 
Ofm.  Sì>  mia  Regina:  iingìmcchm. 


Tu 


^8  A   r  T  o 

Tu  vedi  un  infelice. 
Che  non  fpera  il  perdono ,  e  noi  desia  : 
Chiedo  a  te  per  pietà  la  pena  mia. 
Did.  Sorgi  :  quante  fventure  ! 

Mifera  me  ,  fotto  qual  aftro  io  nacqui  ? 
Manca  ne*  njiei  piùjidi,  . .  .  • 

S    C    E    N    A  Vili. 

Selene  ,  e  detti  • 

Sei.  /^H  Dio!  Germana, 
vJ'  Ai  fine  Enea  .  •  • . . 
Did.  Partì? 

Sci.    Nòj  ma  fra  ppeó  ^  j  a 

iè  vele  fcioglierà  da' noftri  lidi .  ; 

Òr  ora  io  ftefla  il  vidi 

Verfo  i  legni  fugaci 

Sollecito  condurr^  i  fuoi  fèguaci . 
Did.  Che  infedeltà  !  che  fconofcenza  l  oh  Deil 

Un  ^fule  infelice ..... 

Un  mendico  ftranier  ditemi  voi. 

Se  più  barbaro  cor  vedefte  mai  ? 

E  tu  cruda  Selene  , 

Partir  lo  vedi ,  ed  arreftar  noi  fai? 
Sei.  Fu  vana  ogni  mia  cura  . 
Did.  Vanne ,  Ofmida  ^  e  procura , 

Che  refti  Enea  per  un  momento  fole , 

M'afcolti,  e  parta. 
OCm.  Ad  ubbidirci  io  volo.  parte. 

S  C  E- 


TERZO. 


s    e    E    N    A  IX. 

Didone  ,  e  Selene  % 

Sei.    A  H  non  fidarti:  Ofmida 
JLjL  Tà  non  conofci  ancor  ? 
Y)id.  Lo  fo  pur  troppo  : 

A  quefto  eccelFò  è  giunta 

La  mia  forte  tiranna  : 

Deggio  chieder  aita  a  chi  m*  inganna  . 
Sei.  Non  hai.  Fuorché  in  te  fteffa,  altra  fperanza. 

Vanne  a  lui;  pfega,  e  piangi: 

Chi  fa  5  forfè  potrai  vincer  quel  core  . 
Y)id.  Alle  preghiere,  a  i  pianti,  * 

Ed  a  tanta  viltà  tu  ilii  configli  ? 
Sei.  O  fcordati  il  tuo  grado  > 

O  abbandona  ogni  fpeme  : 

Amore ,  e  maellà  non  vanno  infieme  . 

SCENA  X. 

  ylrafpe  y  e  detti. 

Ara.  I  Aldone  ,  a  te  ne  vengo 

JLJ  Pietofo  del  tuo  rifchio  :  il  Re  sdegnato 
Di  Cartagine  ite  t  ti  arde,  e  ruina  .     Si  principia 

(  a  vedere  il  fuoco  di  lontano . 
Vedi,  yedi^  o  Regina, 
Le  fiamme ,  che  lontane  agita  il  vento  ? 
Se  tardi  un  fol  momento 

A  pia- 


70  ATTO 

A  placare  il  fao  sdegno , 

Un  fol  giorno  ti  toglie  e  Vita  ,  c  Regno* 
D/W.  Reftano  più  difaftri 

Per  rendermi  infelice  ? 
Sei.  Infaufto  giorno  ! 

SCENA  XI. 

0/ mìàa  ^  e  detti , 

Did,  /"^Smida . 

Ofm.  Vw/  Arde  d' intoqio  . . . . . 

Did.  Lo  fo  :  d' Enea  ti  chiedo  i 

Che  ottenefti  da  Enea? 
Ofm.  Pai;tì  r  ingrato  : 

Già  lontano  è  dal  Porto  :  io  giunfi  appena 

A  ravvifar  le  fuggitive  antenne  • 
Did.  Ah  ftolta!  io  ftelFa  ,  io  fono 

Complice  di  fua  fuga:. al  primo  iftantc 

Arreftar  lo  dovea .  Ritorna ,  Ofmida  : 

Corri ,  vola  fui  lido  :  aduna  infieme 

Armi  ^  Navi  ,  Guerrieri  ; 

Raggiungi  V  Infedele  ; 

Lacera  i  lini  fuoi,  fommergi  i  legni: 

Portami  fra  catene 

Quel  Traditore  avvinto  ; 

E,  fe  vivo  non  puoi,  portalo  eftinto  J 
Ofm^  Tu  penfi  a  vendicarti  ^  e  crefce  intanto 

La  fòllecita  fiamma  ^ 
Bid.  E'  ver ,  corriamo  . 

io 


TE    R    Z    O.  jt 

Io  voglio  ah  nò  .... .  reftate  •  • . . 

Ma  la  voftra  dimora  ...  •       (  ad  OfrnhU  . 

10  mi  confondo. ...  e  non  partifti  ancora  ? 
Ofm.  Efequifco  i  tuoi  cenni.  parte. 

S    C    E    N    A  XII. 

Dìdone y  Selene:,  Araffe. 

^ra.  A  L  tuo  periglio 

jljL  Penfa ^  o  Didone . 
Sei.  E  penfà 

A  ripararne  il  danno  . 
Did.  Non  fo  poco,  fe  vivo  in  tanto  affanno. 

Va  tu  5  cara  Selene  : 

Provvedi  ^  ordina  ,  aflifti  in  vece  mia  : 

Non  lafciarrai ,  fe  m' ami  ^  in  abbandono. 
Sei.  Ah  che  di  te  più  fconlolata io  fono  .  parte» 

SCENA      XI  IL 

Arafpe  y  e  Didone  3 

Ara.  Tn*  Tu  qui  refti  ancor?  ne  ti  fpaventa 

X-J  L'incendio  3  che  s'avanza? 
T>id.  Ho  perfo  ogni  fperanzas 

Non  conofco  timor  ne' petti  umani» 

11  timore    e  la  fpeme 

Nafcono  in  compagnia ,  muojono  infieme . 
Ara.  Il  tuo  fcampo  desìo  ;  vederti  efpofta 

A  tal 


7%  A   r  T  O 

A  tal  rifchio  mi  fpiacc  . 
Did.  Arafpe  ,  per  pietà  lafciami  in  pace . 
Ara.        Io  m' involo  , 

E  del  tuo  duolo 
Pietà  fento 
Nel  mio  fcn^ 
Ti  compiango. 
Ne  rimango 
Per  cercar 

Pace  e  feren  .        Io ,  ce. 

SCENA  XIV. 

Didone  ,  poi  Ofmida . 

Did,  T  Miei  cafi  infelici 

X  Favolofe  memorie  un  dì  faranno  j 

E  forfè  diverranno 

Soggetti  miferabili ,  e  dolenti 

Alle  tragiche  Scene  i  miei  tormenti» 
Ofm.  E*  perduta  ogni  fpeme. 
Did.  Cosi  prefto  ritorni  ? 
Ofm^  In  vano  ,  o  Dio  > 

Tentai  palfar  dal  tuo  foggiorno  al  lido  > 

Tutta  del  Moro  infido 

Il  minacciofo  ftuol  Cartago  inonda. 

Fra  le  ftrida  ^  e  i  tumulti , 

Agl'infulti  degli  empj 

Soa  le  Vergini  cfpofte ,  aperti  i  Tempj  j 

Nè  più  della  pietadc 

O  l' 


T  E    R    Z   O.  7j; 

O  r  immatura,  o  la  cadente  etadè  ^  J 

D^V/.  Dunque  alla  mia  ruina  •  ' 
Più  riparo  non^'è  ? 

S    C    È  njq^  A  i  XV. 

Sei.  IJVggìy  a  Ré^^  J  >  '  -jil-nià  iìi'ji^.v  :M 
X7  Son  vinti  i  tuoi  Cttft^^P*^^^^  e^-iib^>T 
Non  ci  refta  difefe  t  ^  -'^       -  -  ^  «  i^^f»  i  bm:.  ^ 
Dalla  Cittade  accefa-  !;  '  '^'^^^ 

PalFan  le  fiamme  alla  tua  Reggia'^  ih  ìéhó  :  •  ^  ^ 
E  di  fumo,  e  faville  è  il  Cicl  ripieno. 

Did.  .Andiaft  ;  fi  cerchi  altróve    -    -  / 
Per  noi  qualche  fbcGorfo .       -  ^'  oiHn-  ^r  H 

O/Tw.  E  comci       (.  ^^^-^^  '  Hg 

iS^/.  E  dove  ?  ì.-./.:^  .  .  . 

D/W.  Venite  anime  imbelli -,         ,  óhoi'ìnrt  )  : 
Se  vi  manca  valore,  -  3  /<ViV^ 

Imparate  da  me,  come  fi  muorfe  •  '  ^--^i-'  J 

SCENA      X  VI. 

Jarka  y  e  detti . 

Jar.    T^Ermati .  > 
Did.  X:  Oh  Dei  ! 

far.  Dove  così  fmarrita  ?  ^  ^ 

Forfè  al  fèdel  Trojano  ]  'i^^? 

Cor- 


M    T   T  O 
Corri  a  ftriiifgei:>  la  mano  2 . 
Va  pure  j  affretta  il  piede;: 
Che  al  Talamo  Reale  ardon  ie  tede  7 

Did  Lo  sò  :  quefto  è  il  momento 

Delle  vendette  tue  :  sfpga  il  tuo  sdegno  , 
Or,  che  ogn' altro  foftegno  il  Ciel  mi  fura* 

Jar.  Già  ti  difendp  Enea:  tu  fei  ficurat 

J)id.  Al  fin  farai  contento  : 

Mi  volefti  infelice  ?  eccomi  fola,      ~  ; 
Tradita,  abbandonata, 
Sen2a  Enea ,  fenza  Amici  >  e  fenza  Regno  , 
Debole  mi  volefti  ?  ecco  Didone  ,  bIìlìI 
Già  sì  fàilofa  ,  e  fiera  ,  ^  a  Jarba  accanto  nnil'^'l 
Al  fin  ^difcefa  alla  viltà  del  pi^nto^^mr?}  i;, 
Vuoi  di  più  ?  via,crudél  ,  palFami  qtl  cpirc  : 
E'  rimedio  la  morte  al  mio  dolore . 

far.  (  Cedon  gli  sdegni  miei  .  ) 

Sei.  fGiufti  Numi,  pietà.)  ,  -v^j  3 

Ofm.  (  Soccorfb  ,  o  Deié)  /  ';?hiiV 

Jar.  E  pur,  Didone,  e  pure 

Sì  barbaro  non  fon ,  qual  tu  mi  credi. 
Del  tuo  pianto  ho  pietà  :  meco  ne  vieni  : 
L'ofFefe  io  ti  perdono  : 

E  mia  Spofa  ti  guido  al  Letto ,  e  al  Trono  • 
Did.  Io  Spofa  d'un  tiranno  ^ 

D"*  un  empio  ,  d'  un  crudel  ,  d'  un  traditore  , 

Che  non  sà,  che  fia  fedC;. 

Non  cono/ce  dover,  non  cura  onore? 

S'io  fofli  così  vile;, 

Sarìa  giufto  il  mio  piantp  . 

Nò, 


r  E  R  z  o  :  75 

Nò>  la  difgrazia  mia  non  giunfe  a  tanto  » 
^r.  In  sì  mifero  ftato  infulti  ancora  ? 
Olà ,  mici  fidi  y  andate  : 

accrefcano  le  fiamme  5  in  un  momento 
Si  diftrugga  Cartago  ,  e  non  vi  refti 
Orma  d'  abitator  ,  che  la  calpefti  ,  aì 
Pietà  diel  noftro  affanno  . 
far.  Or  potrai  con  ragion  dirmi  tiranno ,        ;  I 

fam  l 

S    C    E    N    A     XV  IL 

Didom^  Selene  ^  Ofmida. 

Ofm^  /^-Edi  à:  Jarba  ,  o  Didone  .  u 
Sei.     V-^  Conferva  colla  tua  la  noftra  vita^ 
Did.  Solo  per  vendicarmi 
Del  traditore  Enea, 

Ch' è  la^primai  cagiòn  de' mali  miei  2 
aure  vitali  io  refpirar  vorrei  . 
Sei.  Deh  modera  il  tuo  sdegno:  anch'io  l' adoro > 

E  fofFro  il  mio  tormento  • 
Did.  Adori  Enea  >  '     >     '  ^ 

Sei.  Sì  :  ma  per  tua  cagione  . .  •  ,  £  k 

Bid.  <Ah'i  disleale  1  i  vi  ri  O  ^ 

Tu  rivale  al  mio  amor?  nir  ìM 

Sei.  Se  fui  rivale  ,  ;  T 

Ragion  non  hai ... .  ' 
Bid.  DagU  occhi  miei  t' invola  :  .  i^j.jr 

Non  accréfcer  più  pene  .      /  no/I 

-V        ^  Ad 


f/  7^  iy4  T  r  o  - 

Ad  imxor  difperàto  .  ^ 

Sei.  (  Mifera  Donna ,  ove  la  guida  il  Fato  J  )  part^  ^ 

Ofm.  Crefcon  le  fiamme  ,  e  tu  fuggir  non  curi  ? 

Did.  Mamcafio  più  nemici  ?  Enea  iti  lafcia-: 
Trovo  Selene  infida  :  . 
Jarba  tn' jnfuUa ,  e  mi  tradifce  Ofmida  .    .  > 
Ma  che  feci ,  empj  Numi?  io  non  macchiai 
Di  Vittime,  pòfade  i  voftri  Altari  :       ^     >  , 
Nè  iiiai  di  fiamma  impura 
Feci  r  Are  fumar  per  voftro  fcherno . 
Dunque,  perchè  còngiura  .  . 
Tutto  il  Ciel  contro  me,  tutto  T  Inferno. 

Ofm.  Ah  penfa  a  te  :  non  irritar,  .gli  Dei . 

Did.  Che  Dei:  fon  nomi  vani: 

Son  chimere  fognàtd ,  o  ingiufti:fdno!/"^\  ,\\f^.C 

O / ^n.  ,Gcio  a  tanta  empietade ,  e  TabBandono  ^  ^     .  . 

S  C^E  N'^A^  Ur;Li.T)  Lm^IX/"!:  ii^ 

\  .        Titdone  .  :     .kì:^).^oii«  ijLfU  .1*^^ 
,  Ofm  It  otìIoÌ  3 

AH  5  che  difli  infelice  !  a  qual  ecceflb  obA  .k^Ci 
.  Mi  traile  il  ,mio.  furore .     ;  -  ^  .H^ 

Oh  Dio    crefce  T  orror ,  ovunque  io  mii-to»  ,>  CI 
Mi  vien  la  morte ,  e  lo  fpa vento  in  faccia  uT 
Trema  la  Reggia    e  di  cader  .minaccia^;  : 
Selene  5  Ofmida 3  ah  tutti  ioigj?^ 
Tutti  cede fte  alla  rnia  forte  infida  -^'v  T 

Non  v' è  chi  mi  foccorra.,  o,  chi  m': uccida 
;^      .  ;  Va^ 


TERZO.  77 
Vado  .  , .  ,  ma  dove  ....  oh  Dio , 
Refto  ....  ma  poi ....  che  fo  , 

Dunque  morir  dovrò 

Senza  trovar  pietà  ?  l 
E  V*  è  tanta  viltà  nel  petto  mio  :  * 
Nò  nò ,  fi  mora  ,  e  T  infedele  Enea 
Abbia  nel  mio  deftino 
Un  augurio  funefto  al  fuo  cammino  . 
Precipiti  Cartago  arda  U,  Reggia  ^  e  fia 
li  cenere  di  lei  la  tomba  mia  .       Ji  gettta  nelle 

(  fiamme  . 


Fine  del  Dramma. 


■IO  h?^''  t-rl 


Reimprimatur .  ^ 
//  F/V.  Gener.  del  Sant*  Ufizio  della  \ 
Citta  di  Firenze , 


Reimprimatur . 
Orazio  Mazze i  Vicario  Generale'. 


Si  riftampi . 
Filippo  Buonarroti  Senat,  Audit, 
di  S.  A.  A